Breach festival #01 – Manifesto

La sera di un giovedì di febbraio di due anni fa, quando ci siamo ritrovati insieme nella sala del centro sociale Arvultùra per la prima serata dell’edizione #0 di Breach, il Coronavirus era solo uno spettro che aleggiava in una mediasfera ostile e distante. Tra chi condivideva quello spazio, respirandone insieme l’aria, poche e pochi di noi, forse nessuno, potevano prevedere che, di lì a qualche giorno, quell’ectoplasma si sarebbe materializzato nel cuore della nostra realtà dall’altrove sinofuturista in cui era apparso e da cui pensavamo che mai avrebbe potuto raggiungerci. Invece il virus aveva viaggiato, sfruttando le rotte tracciate dalle invisibili catene delle logistica globale che, quotidianamente, muovono merci e persone da una paese all’altro, ed era arrivato fino a noi.  

Da quel giorno a oggi sono passati due anni. A dispetto di quanti, più di una volta, ne hanno annunciato la fine, la pandemia non è mai finita, alcune cose sono rimaste le stesse, ma molto è cambiato e di certo non nella direzione che ci saremmo auspicati l’ultima volta che ci siamo incontrati.

Quelle tendenze che, illudendoci di essere avanguardia, avevamo provato ad analizzare nei tre giorni di festival ci sono esplose in mano, dimostrandoci quanto i semi dei fenomeni che avevamo individuato avessero già messo radici nella la realtà, accelerandola fino a superarci. A noi toccava rincorrerla, per provare, ancora una volta, a dimostrare di essere alla sua altezza.

Gli apparati di sorveglianza che immaginavamo innervare una città gestita come Amazon ci apparivano come speculazioni fantascientifiche con cui confrontarci per costruire nuove immagini del futuro. Purtroppo abbiamo scoperto che la distopia poteva esserci molto più vicina di quanto pensassimo, e il suo avvento accadere seguendo le stesse logiche frictionless che caratterizzano il design delle piattaforme a cui cediamo ogni giorno i nostri dati. 

Dati di cui avevamo ipotizzato insieme nuovi modi per riprendere il controllo, ma che ritirandoci nelle nostre case per delegare ogni nostra relazione agli spazi digitali non abbiamo fatto altro che consegnare, in una mole sempre più vasta, agli oligarchi del capitalismo delle piattaforme. 

Avevamo discusso l’importanza dell’attenzione e il modo per allenarla in modo da farne la luce per illuminare il buio digitale che sentivamo circondarsi. Avevamo messo a punto pratiche per districarci in quel diluvio di informazioni vere, verosimili, fuorvianti e fasulle che sono diventati i nostri mezzi di comunicazione di massa. Ma nel marasma che ci ha investito abbiamo capito che è sempre più difficile non finire catturati da quei gorghi che, pronti a risucchiarci nelle sue profondità più oscure, si aprono sulla superficie dell’oceano digitale su cui passiamo la nostra vita a scivolare, di post in post, di clic in clic.

Poi, al culmine dell’apnea, quando i polmoni sembravano non poter più resistere al fuoco che li stava consumando dall’interno, la guerra, da invisibile e permanente come la pensavamo allora, è tornata a manifestarsi su tutti i nostri schermi come il motore che muove la storia. L’invasione dell’Ucraina è, prendendo a prestito le parole e i pensieri di Adam Tooze, la guerra che mette fine alla fine della storia, contraendo il tempo che viviamo in un minuscolo, densissimo istante attraversato da tutte le infinite traiettorie del possibile, come un punto solcato da infinite rette.

È perché non ci rassegniamo e, testardi, continuiamo a cercare vie di fuga anche nel momento più buio, che abbiamo deciso di organizzare una nuova edizione di Breach. Al centro di essa abbiamo voluto collocare la relazione tra la dimensione immateriale e la dimensione materiale delle tecnologie digitali. Un rapporto attraversato da tensioni e contraddizioni che, in questi due anni, la pandemia ha evidenziato e reso stridenti per tutte e tutti noi. 

Perché se è vero che il futuro che ci aspetta è un mondo di metaversi le cui porte ci si spalancano davanti, mostrandoci simulazioni ricche di lusinghe in competizione tra loro, è altrettanto vero, lo abbiamo visto e lo stiamo vedendo, che la produzione, la distribuzione e il consume di merci dipendono da catene logistiche che legano tra loro ogni parte del mondo e che oggi vivono una convulsione che rimodellerà il paesaggio globale negli anni a venire. Su questi rivolgimenti, come l’ombra di un orrore cosmico in agguato, si delinea il cambiamento climatico, i cui effetti cominciano a essere tangibili come mai lo sono stati nel recente passato e il cui corso è influenzato in modo decisivo dalla progressiva e costante digitalizzazione delle nostre esistenze, condotta attraverso tecnologie la cui impronta ecologica è, oggi, sempre più pesante ed evidente.

Per questo motivo pensiamo che sia di teorie sempre più solide e pratiche sempre più forti che abbiamo bisogno per provare a imprimere a questo mondo, al nostro mondo, l’unico e il solo possibile, il marchio della nostra volontà individuale e collettiva. È la consapevolezza di quanto sia urgente farlo che, oggi, ci spinge a voler tornare a provare a respirare insieme. A rivederci di persona, nell’incontro dei corpi, per provare a guardarci negli occhi e a capire se riusciamo a ritrovarci attraverso le infinite polarizzazioni che ci hanno divisi in questi due anni di naufragio tra i marosi digitali. 

Se l’edizione #0 di Breach è stata la tesi, questa edizione, #01, vuole essere l’antitesi, il momento che nega e prepara a un successivo superamento. Ve lo anticipiamo, perché lo abbiamo deciso, se ci sarà un’edizione #010 di Breach, quella sarà la sintesi in cui Breach stesso si annullerà e scomparirà, che abbia o meno raggiunto il suo scopo. Non ci interessa morire esangui nell’illusione di far crescere un progetto nel tempo, quanto, piuttosto, andarcene come un fuoco d’artificio, illuminando per un istante meraviglioso e indimenticabile l’oscurità che ci circonda per indicare ad altri viaggiatori le linee su cui organizzare nuove fughe, resistenze e vittorie. Questo è ciò che vogliamo sia Breach e quello per cui abbiamo lavorato, stiamo lavorando e continueremo a lavorare.

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