Di penna e di spada: polemiche senigalliesi post 25 aprile

Ci interessa la memoria dell’inestinguibile odio che divide, più che la tiepida dimenticanza che azzera i torti e le ragioni ed accomuna, affratella, accorpa nella medesima sembianza la stolta massa degli immemori”.

Jacob – “Attraverso questo mare di cemento”

Il 25 aprile è divisivo. Lo è anche il 2 giugno. Così diceva la Meloni verso la fine di ottobre nel 2018, mentre si preparava a celebrare il centenario dell’armistizio di Villa Giusti. Sarebbe meglio abolirle entrambe e spostare la festa nazionale al 4 novembre, così da celebrare contemporaneamente la fine della prima guerra mondiale, la vittoria della corona e la festa delle forze armate. Questo sosteneva la leader di Fratelli d’Italia, quando ancora non era in corsa per la guida del centro-destra e poteva dire ancora tutto quello che pensava.

Ora che Fratelli d’Italia è alla guida della Regione Marche e di Senigallia, celebra la festa della liberazione, invocando l’unità nazionale nel reciproco riconoscersi delle ragioni che si opposero durante la guerra civile. Si festeggia la liberazione, così ha detto Acquaroli e così ha detto Olivetti. Nessuno dei due ha mai né detto né scritto da chi, se dagli extraterrestri, dai pappataci o dalla zanzara tigre.

C’è voluto un pensierino da terza elementare spacciato per comunicato stampa e poi un’imbarazzante mozione per far sì che la giunta di centro-destra pronunciasse il fatidico nome: liberazione dal nazifascismo e da tutti i regimi, aggiungono. La storia d’Italia però di regime ne ha conosciuto solo uno, quello fascista. Certo, capiamo il riferimento nascosto, ma soprattutto capiamo la disonestà intellettuale e la scarsa conoscenza storica di chi governa Senigallia.

Noi però, a sorpresa, siamo d’accordo con la Meloni. Anche per noi il 25 aprile è divisivo. Però ci piace proprio per questo, perché in un Paese che cerca continuamente l’unità di facciata, che usa il pannicello caldo delle istituzioni per sublimare le inimicizie, rappresenta il simbolo ostinato e irriducibile della discordia.

Non c’è nessuna memoria condivisa, nessuna unità nazionale, nessun reciproco riconoscimento delle opposte ragioni e, per quanto ci riguarda, mai ci sarà. Non riconosceremo mai le ragioni di chi combatté per Mussolini e Hitler, di chi varò le leggi razziali, di chi portò le classi popolari italiane al macello e di chi riempì i vagoni per Auschwitz. Perché da un punto di vista storico-politico queste sono le ragioni opposte ai partigiani che si chiede di riconoscere; quelle del totalitarismo e dell’olocausto. Ha fatto anche cose buone, vuol dire che ne ha fatte soprattutto di cattive.

Sappiamo perfettamente che nel 2021 la dicotomia fascismo e antifascismo rischia di essere residuale, sganciata com’è dalle dinamiche concrete della vita di tutti i giorni, soprattutto per le nuove generazioni, ancor più nel pieno di una crisi medico-sanitaria e socio-economica. Sappiamo che lo sarà sempre di più, in primis per il fisiologico affievolirsi della memoria dovuto allo scorrere del tempo, alla scomparsa per anzianità dei testimoni. Un giorno non troppo lontano, i giovani guarderanno la Resistenza esattamente come noi guardiamo il Risorgimento, con distacco. E’ l’inevitabile destino di ogni fatto storico.

Per questo motivo il nostro tributo ai partigiani in questo 25 aprile 2021 è voluto essere un pubblico elogio del divisivo, parte contro parte. Sono bastate tre parole: misogini, fascisti e negazionisti per produrre un’evidente crisi isterica e reazioni scomposte dentro la maggioranza Olivetti. E’ proprio vero quindi che la verità fa male e che la penna è più potente della spada!

Potremmo citare le frasi pubblicate sui giornali o postate sui social, rafforzandole con foto e screenshot, ma le conosciamo già tutte e tutti a memoria; quelle di quando erano all’opposizione e quelle di ora che sono in maggioranza. Il problema però non sono i Liverani, i Da Ros, i Montesi o i Bello perché le esternazioni e soprattutto la loro storia politica la consociamo tutti, soprattutto chi ci governa.

Il problema è il silenzio costante del Sindaco Olivetti e tutti quei sedicenti moderati e liberali che compongo la maggioranza. Il silenzio è assenso, è complicità, soprattutto in politica e, finché sarà così, non chiedete di distinguere o di non generalizzare.

Ancora meno evitate di dare lezioni di democrazia e di libertà di parola, voi, salviniani e meloniani che rivendicate la libertà di dire “negro” e “frocio”, che spacciate il bullismo per satira e che chiamate “politicamente scorretto” ciò che è correttissimo; la costante umiliazione e prevaricazione, anche semplicemente linguistica, sui più deboli. Quando, invece, uno striscione attacca in maniera diretta, pubblica e chiara il potere – il vostro potere – ecco che la libertà di espressione diventa ipotesi di reato.

Il fatto che poi la mozione sia firmata da quattro donne ribadisce solo una semplice verità: il potere non è un’azione unilaterale, ma una relazione che implica per sua natura una complicità tra sfruttatore e sfruttato.

Ci spiace che questa festa della liberazione non sia finita a tarallucci e vino com’è di consuetudine in Italia, ma per noi la politica è contesa, la democrazia è conflitto e l’Italia è una Repubblica antifascista. Ci vediamo il 25 aprile 2022, in Piazza Roma.

Spazio Comune Autogestito Arvùltura

P.S.: Se dopo sei anni la contestazione a Salvini tormenta ancora il vostro sonno, consigliamo dieci gocce di valium per dormire meglio.

Il contesto: alcuni post di Facebook

Qui la nostra risposta a Marcello Liverani sul dipinto dei Riot in USA dopo l’omicidio di George Floyd

Qui diciamo che a Montesi, che la bandiera che ha affisso dal balcone di casa è apologia di fascismo.

Qui il nostro post sulla giornata del 25 aprile a Senigallia