Elezioni 2018 – Noi non ci saremo.

Senigallia. Sul perché l’Arvultura non accetta la sfida.

In tanti in questi giorni ci hanno chiesto il perché della nostra assenza alle riunioni cittadine della lista elettorale “Potere al Popolo”. La cosa ci ha sinceramente stupiti. La storia dell’Arvultura, come del Mezza Canaja, è sempre stata esterna ed estranea sia alle campagne elettorali nazionali, sia a tutti i tentativi di “rifare la sinistra” su presupposti elettoralistici. Semplicemente e forse ingenuamente, pensavamo che la nostra assenza fosse chiara e soprattutto scontata. Esservi avrebbe stupito per primi noi stessi.
Visti però i tanti perché – e visto anche un timido e sgradevole vociare – abbiamo deciso di scrivere alcune righe a tutt@ le/i compagn@ di Senigallia che possano rendere chiare le ragioni politiche della nostra assenza dentro il percorso cittadino di Potere al Popolo.
Arvultura non accetta la sfida” … perché riteniamo che non si possa sfidare il nemico sul suo terreno di scontro – quello elettorale – e che non si possa farlo con le sue regole. Soprattutto in un contesto, quello italiano, privo di ampi, diffusi, radicali e radicati movimenti sociali. Sono quest’ultimi e non l’ennesima campagna elettorale, che ci interessano e sui quali vogliamo lavorare e collaborare, in quanto riteniamo opportuno intervenire sulle cause e non sugli effetti, concentrarci sulla sostanza e non sugli accidenti. Riteniamo in altre parole che oggi l’unica regola di gioco possibile sia il fuorigioco.

Comprendiamo e condividiamo la generosa e ostinata ricerca del trovare un terreno in cui si possa dare una ricomposizione dei soggetti sfruttati, ma pensiamo che sia un errore politico – una fallace scorciatoia – ritenere che essa si possa dare prima sul terreno della rappresentanza istituzionale e dopo su quello delle lotte sociali, invece del contrario.

Che la sinistra, tutta la sinistra, oggi sia debole e priva di sostanziali strategie è sotto gli occhi di tutti. Non ci tiriamo fuori. Non pensiamo di esserne eccezione. Come tutte e tutti anche noi affrontiamo il deserto di questo tempo. Proprio in momenti come questi però riteniamo opportuno non aprire fronti scivolosi, perdenti e divisivi come quello della corsa al parlamento.

Scivolosi, perché rischiano di “tatticizzare” anche di più la prassi politica. Perdenti, perché è difficile dire se è peggio non superare la soglia di sbarramento o superarla di poco, mandando così uno sparuto gruppo in parlamento a contemplare la propria impotenza. Divisivi, perché ci resta difficile condividere che nel 2018 il fine primario dell’azione politica possa essere la presa del potere statale.

Da molto tempo nel variegato mondo della sinistra e non solo, si parla di “crisi della rappresentanza”, “crisi della democrazia”, “crisi dello Stato” e di tante altre crisi del patto sociale novecentesco. Ma la crisi oggi non è una fase di difficoltà del sistema capitalistico. La crisi è la forma in cui si dà il capitale stesso. Decreti legge, emergenza, eccezione, flessibilità, sono solo alcune delle forme più diffuse tramite cui il capitale trasforma le proprie istanze economiche in norma. Il capitalismo finanziario – neoliberismo – non è che l’abolizione dello spazio tramite la riduzione del tempo. Il capitalismo è logistico, esige velocità e la democrazia per sua natura non può reggerne il passo.

Ne consegue che la separazione tra democrazia e capitalismo è una tendenza sempre più accentuata. La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e il Decreto-Minniti ne sono due chiari esempi, i quali nei loro ambiti decretano già la fine dello stato di diritto, sia in salsa liberal-democratica che in salsa social-democratica. Siamo ormai pienamente dentro al processo di esaurimento del rapporto tra Stato, partiti, società civile e popolo; quindi al crollo di tutta l’impalcatura giuridica, politica e costituzionale del diritto borghese.

Se quindi la sovranità statale si è di fatto e per legge assottigliata, se il palazzo d’Inverno è quasi vuoto e chi c’è rimasto fa poco più che l’esattore delle tasse o il poliziotto per conto terzi, per quanto ci riguarda ha ancora meno senso, in questo deserto, investire energie e risorse in progetti elettorali nazionali. Al contempo non vogliamo negare che gli esigui spazi rimasti alla democrazia possano essere utilizzati per fare un buon lavoro e non escludiamo che in altri contesti potrebbe essere cosa diversa e sensata, come ad esempio ragionare sulle elezioni amministrative e sulle istituzioni di maggiore prossimità.

In ultimo ed è di nuovo una questione tutta politica, il progetto Potere al Popolo insieme a tanti meriti sulle proposte riguardanti i diritti civili, la questione femminile e ambientale, ha però un chiaro sfondo ideologico-culturale sovranista e antieuropeista; vista anche la biografia politica della maggior parte delle realtà partitiche, sindacali e di movimento che vi hanno aderito.
Siamo contro l’Unione Europea, i suoi trattati e le sue politiche di austerità, ma non pensiamo che la soluzione sia il ritorno alla sovranità nazionale. Pensiamo che l’Europa – la battaglia per quale Europa – sia un campo di forze centrale e irrinunciabile. Per dirla con una battuta, non ce la sentiamo di fare campagna elettorale proponendo il ritorno dell’Italia agli anni’60, a quel sistema economico, a quell’organizzazione produttiva, a quelle relazioni sociali e a quel sistema di classe. Non solo perché pensiamo che non sia possibile, ma pensiamo anche che non sia auspicabile. Quindi anche per etica politica, non possiamo farne propaganda. Per altro a Senigallia come in molte città, l’appello lanciato dai compagni di Napoli è stato “fagocitato” da logiche partitiche e politiciste che hanno frustrato ormai irrimediabilmente l’iniziale spirito aperto e provocatorio, che ci aveva fatto incuriosire.

Per tutti questi motivi l’Arvultura non accetta la sfida. Per altro riteniamo che sarebbe ipocrita da parte nostra prendervene parte solo per motivi meramente tattici o peggio di mercato politico. Non per questo ci sentiamo detentori di verità o autoreferenziali. Nessuno oggi può e deve pretendersi autosufficiente e per questo riteniamo necessario costruire coalizioni, reti, forum, sistemi cooperativi e organizzativi tra diverse soggettività su tutti i percorsi politici e sociali che riguardino problemi, istanze, vertenze e confronti cittadini. L’Arvultura, sin dai tempi del Mezza Canaja, nelle lotte c’è sempre stata, c’è e ci sarà.

Qualcuno diceva che per lottare è necessaria un po’ di vergogna, un po’ di dignità e molta organizzazione, il resto serve o non serve al collettivo. Con molta umiltà diciamo che a nostro avviso, questo progetto politico-elettorale non serve alla “collettività”, alla politicizzazione del sociale, allo sviluppo delle lotte; fermo restando il rispetto e la generosità indiscutibile dei compagni che ne fanno parte con i quali intrecciamo e continueremo ad intrecciare percorsi politici e sociali a Senigallia.

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