Heval Marcello. Un sogno in Siria

Prima, un treno. Poi, una terra ignota, il buio della notte, il fiato corto, una calza della befana e un talismano…a pochi millimetri dal cuore. Nient’altro. C’è un punto a partire dal quale non si può più tornare indietro. Quello è il punto da raggiungere. E quel punto è stato raggiunto. Da Karim Franceschi. Un viaggio si è compiuto, un sogno ha preso forma. Ma nulla ora è più come prima. Tutto è cambiato. Perchè il viaggio è quello per la Siria, e il sogno è quello per la libertà. Raqqa finalmente libera!

Karim Franceschi. Un nome, che nasconde un origine oltre confine e, caso strano, è sempre quando si supera un confine che le ricchezze aumentano. Madre di origine marocchina, padre italiano, un padre che già nel giugno del 1944 si era unito alle Sap, squadre di azione patriottica. Un partigiano, insomma. Un padre eroe agli occhi di un bambino. E un padre cha ha lasciato un segno, un segno che trova motivo di esistere in un incontro, non casuale, tra un attivista senigalliese e un giovane che vive degli insegnamenti del padre. Da un lato un mentore, una guida, dall’altro l’entusiasmo di chi si lascia travolgere da una forte passione politica. Dopo questo connubio in modo del tutto inaspettato la vita di uno dei due cambia direzione, prende altre vie… inesplorate, ignote e che un po’ fanno paura. Ma il non percorrerle è impossibile! E così inizia il viaggio di Karim, quello per la Siria, quello per liberare la città di Raqqa, quello per entrare a far parte dell’Unità di Protezione Popolare (in curdo Yekîneyên Parastina Gel, in arabo وحدات حماية الشعب), comunemente conosciuta come YPG, la milizia della regione a maggioranza curda nel nord della Siria e forza armata del Rojava, regione autonoma democratica, conosciuta anche come Kurdistan siriano. Un viaggio in quattro tappe: la prima volta come volontario, le volte successive come combattente, prima a Kobane come recluta protetta da tutti, poi a Raqqa come comandante del Battaglione a cui tutti guardano. E in questa terra i ricordi dell’Occidente protetto, caldo, comodo, certo e morbido vacillano e restano tali. Anche il nome svanisce e l’identità non c’è più. Karim non c’è più. Il ricordo di Karim vive in un anfratto segreto del suo cuore. Al suo posto respira, si muove, parla Heval Marcello. Nome e lingua non sono più gli stessi. Qui, nella terra di nessuno, tutti usano un altro nome dal proprio. E il suo è pronto da tempo: Marcello, il nome che il padre Primo avrebbe voluto per lui. Heval, colui che lotta per difendere la propria terra, anche se rimane nelle retrovie. Heval, colui che ti copre le spalle, con il fucile in mano. Insomma un compagno, un fratello che mette i tuoi bisogni davanti ai suoi. Il nome di un combattente.

Combattente. Un volontario, prima di tutto. Nessuno gli dice di partire. Nessuno gli dice che rischia la vita. Lui lo sa. Nonostante tutto, parte. Non percepisce soldi per questo. Anzi, si indebita. Gli americani per esempio solo per andare in Siria spendono 1500 dollari e si vendono la macchina per compiere il viaggio. Un foreign fighters al contrario, insomma. Incredibile! Siamo abituati per ragioni storiche a pensare che chi lotta, lo fa per la propria terra. Invece la storia semplicemente si ripete: già nel ’38 volontari italiani partirono per liberare la Spagna dalla dittatura di Francisco Franco. Con l’unica differenza: oggi si parte da soli, fino agli anni ’70 si partiva con un movimento operaio che oggi non c’è più. Oggi si parte con un treno, una calza della befana per portare i dolci ai bambini il 9 gennaio e la speranza che in aeroporto non ti fermino alla dogana perché ai piedi porti degli anfibi da militare. Ma il mondo qui si divide in due: quello di chi vede da fuori in queste vite delle vite straordinarie nel senso etimologico del termine, ovvero fuori dal comune, vite di super eroi, e di chi, invece, vive da dentro l’esperienza e si sente normale. Tra loro, un rapper francese pieno di tatuaggi. Una persona che aveva una vita come altre. “Non mi sento speciale, dice il combattente. Sono solo una persona che crede di poter far la differenza con la mia presenza.” Il combattente è solo fuori dal tempo, non dalla storia. Ed è una persona comune, con le sue ansie, le sue paure. E l’intelligenza di dire al momento giusto “non ce la faccio, non fa per me”, con l’onestà di ammetterlo e il coraggio di tornare indietro. Perché la guerra non è una cosa per tutti. La guerra ti cambia, per sempre. E anche se sopravvivi, al tuo ritorno ti lascia in eredità un’anima scalfita, che sobbalza al rombo di un tuono di temporale, che non dorme di notte, che non si sentirà mai compresa a pieno da chi con te non c’era.

Ma l’essere combattenti crea fratellanza. Ci si sente tutti fratelli dentro al Battaglione YPG. Anche se si è Tedeschi, Baschi, Canadesi, Americani, Britannici…in fondo è come essere fratelli. Fratelli e compagni. Si arriva e dopo un minimo di sei mesi si decide se restare o lasciare. E molti lasciano. L’addestramento è molto duro e concentrato in tempi brevissimi, solo poche settimane, con scarsi mezzi a disposizione. A volte ti danno armi non usate prima, non pulite bene e che possono essere difettose. A disposizione hai solo il tuo corpo. Che devi imparare a governare, in tutto. E devi abituarlo a essere bersaglio. Un possibile bersaglio, sempre. Questa diventa l’operazione mentale più difficile da fare, perché sai che il tuo nemico, ISIS, è un nemico crudele e vigliacco perché usa come scudo per difendersi donne e bambini, perché ha a disposizione una strategia di difesa fortissima, che usa mine costruite in serie con sensori connessi con gli esplosivi. Basta un suono o un movimento per farle esplodere. E all’ingresso della città di Raqqa in ogni anfratto, buco, scala, tenda … si poteva annidare una mina. E quando torni da un’operazione in cui salvi 450 civili, le mani tremano perché hai temuto per la tua vita e ancor più per quella dei tuoi compagni. Ma è per la vita di quei 450 civili che rischi la tua! E vai avanti!

Vai avanti per lui. Un popolo. Quello siriano. Innocente, senza colpa. E un amore incondizionato per un popolo che non è il tuo. E di cui nessuno si occupa e preoccupa. Straordinario questo amore! che ti fa vivere gli ideali antifascisti scritti su una carta. Perché il battaglione YPG è un battaglione antifascista. Porta una stella rossa nel cuore. Il rosso del sangue di chi ha sacrificato la sua vita in nome della libertà, una libertà sancita dalla Costituzione. Perché essere antifascisti non fa solo parte dell’essere italiano, ma dell’essere umano. A tutela della diversità contro un totalitarismo che quelle diversità ha voluto e vuole annientare. Ieri in Germania e in Italia, oggi in Siria. E il più grande fallimento di Assad, presidente siriano, è stato quello di non riuscire a eliminare queste differenze. Non a caso la chiama Repubblica siriano-arabo, come se quell’aggettivo, arabo, volesse rinchiudere la molteplicità nell’unità. Rinchiudere il mare in un secchiello, direbbe un bambino. Assurdo.

Ma perché proprio lì? La Siria non è una terra qualunque. È il cuore del Medio Oriente, al confine dell’Eufrate, terra ricca di petrolio. Tutti vogliono stare lì. Assad più i libanesi, gli iraniani, i drusi, i russi, e ancora i turchi, il governo regionale curdo e i socialisti, affiancati dagli americani, ma senza una dichiarazione ufficiale di sostegno politico. E l’Europa è un attore assente in questa partita. Almeno per la volontà politica, poiché rappresenta altre volontà, di certo non quelle dei popoli europei.

Ma Siria non è solo petrolio! Siria è sopratutto diversità e bellezza della diversità. Bellezza. Parola che ha in sé qualcosa di magico, che risuona nelle 150 lingue parlate in questa terra! Per questo fa tanta paura! E oggi il Confederalismo democratico si candida a diventare guida in Medio Oriente a tutela di tali diversità, affinché le parti che lo compongono capiscano che la ricchezza del territorio, il petrolio, va ripartita su un piano ecologico e sociale. Ecologico e sociale. Non sono parole da niente. Hanno in sé l’idea di tutti e per tutti, parole che coinvolgono l’uomo come persona, gli uomini come società, la natura e il suo impatto sull’ambiente e l’idea di futuro come luogo per le persone che ancora non ci sono. Sostenibile, semplicemente sostenibile.

Ora Heval Marcello non c’è più. C’è di nuovo Karim al suo posto. Un Karim con un nuovo mondo nel suo io più profondo. Piombo nell’anima. Fatta di ricordi, ricordi di compagni massacrati, con la bocca digrignata e la congestione delle mani penetrata nel suo silenzio che, direbbe Ungaretti, non lo hanno mai fatto sentire tanto attaccato alla vita. Ma ora che è tornato, Karim sa cosa deve fare. Deve raccontare. Ne sente l’onere, perché sa che la sua persona in Siria ha fatto la differenza e il suo racconto in Italia può ancora fare la differenza. Ancora…le parole hanno un potere straordinario. Cambiano vite. E ti fanno sopravvivere. Ma non è solo una questione di sopravvivenza. Il racconto di un’esperienza tanto forte si insinua silenziosamente nell’ordinario della persona comune e accende una miccia, mette in moto un qualcosa, non si sa bene cosa… Karim e chi ha combattuto hanno bisogno di sapere se il loro racconto ha un ritorno, una ricaduta, un effetto boomerang sulle persone che lo hanno toccato. E solo la condivisione può far vivere tale consapevolezza.

Io, giovane donna inesperta del mondo, sono rimasta attonita e stordita davanti a certe storie. Ho provato a immaginare alcuni istanti della vita sul fronte, a cercare di capire le ragioni che hanno spinto un ragazzo più giovane di me a trovarsi dall’altra parte del mondo. Sforzo inutile. Impossibile farlo. Come impossibile capire se esiste un limite oltre il quale non si può andare, o forse il limite non c’è e si può superare. Ma dopo averlo superato ci si abitua al dolore? Ci si abitua all’aver spento una vita in nome di un ideale di libertà e di amore per un popolo? Certo, è chiaro, in nome di tante vite sacrificate, molte altre si sono salvate. Questo non va dimenticato. Ma ti resta dentro. E poi pensi forse che queste sono le domande sbagliate, forse l’unica cosa sbagliata è l’origine di tutto: guerra. Parola di origine germanica werra dal suono gutturale duro…come dura da accettare è la sua presenza nel mondo. Cosa è dopotutto la guerra? Vedere un bel tramonto, che sarebbe bello poter fotografare….

Viola

A Karim
Ai suoi compagni
Al popolo siriano
Al loro coraggio
Per la libertà e in nome della libertà.

Grazie!