Migrare, un diritto. Accogliere, un dovere. Il migrante e i suoi stereotipi

Storie. La vita è fatta di storie. Da raccontare e da conoscere. Non di eventi o accadimenti, ma di individui, persone, volti…con un nome. Il nome è fondamentale. Ti dà l’identità. Ti dice “io esisto, io ci sono”. Come quello di Sara, bimba abbandonata dalla madre a soli 2 anni e lasciata alla nonna che muore quando ne ha sei, che vive nella spazzatura fino a 9 anni, quando decide di partire da sola per andare a cercare la mamma. E attraversa il deserto. Da sola. Arriva in Libia, violentata da tutti. Ma alla fine si imbarca e sopravvive. Arriva a Lampedusa: “cosa ci fai qua? Sono venuta a cercare la mamma. E dove si trova? In Europa”. Dopo sei mesi di estenuanti ricerche la madre viene trovata, tolta dalla strada per farle ottenere lo status di rifugiata. E poi c’è Mustafa, unico superstite di un naufragio in cui perdono la vita madre e sorellina, che arriva con una temperatura corporea di 27° e dopo un mese di coma si salva. Un bimbo di cui nessuno parla, che ora vive a Palermo e che nessuno vuole adottare. E ancora Keprat, avvolta in un sacco, che stava per essere chiuso in mezzo ad altri cadaveri, quando per puro caso le è stato sentito il polso, un battito, uno solo, flebile…Oggi Keprat è viva e vive in Svezia con la sua famiglia! Queste e tante altre storie ha raccontato Pietro Bartolo, responsabile del presidio medico di Lampedusa dal 1991, anno che registra i primi sbarchi. Siamo tanti stasera all’Auditorium s. Rocco, l’ex chiesa è affollata, la gente è seduta un po’ compressa anche per terra, ma attenta e desiderosa di sentire la voce di questo medico, una voce rotta, commossa, una voce che risuscita storie sepolte, che nessuno conosce, di nomi di chi è sopravvissuto e di corpi, che un nome non hanno più. E in quella sala, qua e là si vedono lacrime scendere…

Ma lasciamo per un secondo il lato emotivo. Cerchiamo di capire. E prendiamo il lato razionale. Eh si…perché la realtà, quando si può, va compresa. Altrimenti rimane indecifrabile. Queste persone, di cui ho appena raccontato le storie, oggi sono definite migranti. Se si facesse una domanda più precisa a un cospicuo numero di persone, la maggioranza risponderebbe che sono migranti irregolari. Non sono convinta. Faccio un’indagine e scopro un’altra storia. Secondo il glossario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un’organizzazione nata nel 1951 e che collabora strettamente con L’ONU, a livello internazionale non esiste una definizione universalmente riconosciuta del termine. Di solito si applica a qualsiasi persona che decida di spostarsi liberamente per ragioni di “convenienza personale” e senza l’intervento di un fattore esterno, attraversando un confine internazionale o all’interno di uno stato dal suo luogo di residenza abituale (cfr. http://www.iom.int/key-migration-terms). Rileggo la definizione e rifletto un attimo…”qualsiasi persona decida di spostarsi liberamente.” Liberamente. Concludo che ognuno di noi è un migrante. O ha nella sua famiglia una storia di migrazione, se per migrazione intendiamo il libero spostamento nello spazio. Di certo questo non è il caso di Sara, Keprat, Mustafa. Loro non si spostano per libera scelta. Scappano per altri motivi. Scappano da altro: guerra, violenza, fame… C’è un problema di termini. La definizione di migrante non coincide con la realtà. Quella che ci viene fatta conoscere dai giornali. Che scrivono sempre le stesse parole: emergenza, problema. Stando alla definizione ufficiale l’emergenza migrazione diventa un ossimoro, cioè parole vicine ma con significati in contrasto tra loro. Nel mondo del XXI secolo è ormai comune l’idea che le grandi migrazioni siano una componente anarchica del cambiamento sociale, la tessera deformata di un mosaico che non trova la sua appropriata collocazione, un”rumore” di fondo che disturba il regolare ronzio della vita sociale. Se prendiamo un dato ufficiale, confermiamo questa falsa verità: nel 2013, secondo alcune statistiche pubblicate dal quotidiano Repubblica, più dell’81% della popolazione italiana crede che le migrazioni siano un fenomeno che non ci riguarda. L’81%! Questa convinzione è una mera credenza popolare. E le credenze popolari fanno danni. Enormi danni che hanno un nome: stereotipi. Ovvero “opinione precostituita, non acquisita sulla base di un’esperienza diretta, e scarsamente suscettibile di modifica” (dizionario Garzanti). Ma capita che, anche quando facciamo un’esperienza diretta, questa venga falsata dagli stereotipi che abbiamo già in mente, e che diventano perciò pregiudizi. I pregiudizi imbalsamano la persona, paralizzano la sua capacità di vedere la realtà per come è veramente. Quindi, se ascolto il pregiudizio, le migrazioni oggi sono, ahimè per un numero sempre crescente di italiani, quel ronzio di sottofondo che disturba la musica della mia vita, un ronzio collaterale che va e viene. Nulla di più. Invece nulla di più falso. Le migrazioni non sono un fenomeno anomalo! Questa l’unica verità. Le grandi migrazioni del XXI secolo non sono dunque un’emergenza contingente da risolvere con la formula “li blocco, li accolgo, li rispedisco, li aiuto a casa loro!.” Non sono un’emergenza schiacciata sul presente e sulla cronaca e, in quanto tale, priva di un passato e anche di un futuro. Perché la storia è piena di fenomeni di migrazioni. La storia può e deve servire per eliminare tutte le incrostazioni di stereotipi di cui l’opinione comune è intrisa. Perché se ripercorriamo il passato, scopriamo che spostarsi sul territorio è sempre stata prerogativa dell’essere umano, perché è parte integrante del suo “capitale,” è una capacità in più per migliorare le proprie condizioni di vita. È una qualità innata che ha permesso la sopravvivenza dei cacciatori e raccoglitori, la dispersione della specie umana nei continenti, la diffusione dell’agricoltura, l’insediamento in spazi vuoti, l’integrazione del mondo, la prima globalizzazione ottocentesca. Per fare solo degli esempi basti ricordare la colonizzazione greca nel Mediterraneo antico, quella tedesca nell’Europa centro – orientale, quella europea nelle Americhe e poi in Australia, quella russa oltre il Caucaso e quella cinese in Mongolia. E tutto ciò grazie alla “capacità adattativa” del migrante. E se pensiamo alla storia più recente e attuale, non possiamo dimenticare le ondate di migrazioni durante una prima fase, tra il 1870 e il 1914, quando 50 milioni di europei migrarono in America, boom che si arrestò durante la seconda fase tra il 1914-45 per le tragiche vicende di quel trentennio; spostamenti che ripresero dopo il 2° dopoguerra tra il 1945-75 quando l’Europa non esporta più migranti, ma ridiviene meta di migrazioni. La situazione cambia invece dagli anni ’70 al presente poiché si è passati da politiche di promozione a politiche opposte del fenomeno, più restrittive in un contesto sociale formato dal riemergere da forme dilaganti di xenofobia, localismo, razzismo. Quindi l’immigrazione recente e attuale è relativamente modesta, nonostante la percezione comune, secondo la quale il mondo attuale sta per essere travolto da un’ondata migratoria. Torniamo ai dati. L’Europa occidentale aveva “esportato” tra il 1870 e il 1913 circa 15 milioni di persone: è lo stesso numero di immigrati che essa ha assorbito dal 1960 al 2000, ma con una popolazione europea più che raddoppiata. La storia ci ha dunque appena permesso di smontare un primo stereotipo. E diventa un’ancora di salvezza per non naufragare nel mare magnum di falsi problemi che i media diffondono. Perché di cose sui migranti se ne sentono tante… i luoghi comuni che alimentano la paura, il sospetto, l’ansia del diverso. Puzzano, sono sporchi, portano malattie, sono terroristi e criminali, ci rubano il lavoro, ci sommergono perché fanno tanti figli, devono stare a casa loro….

Le storie di Sara, Keprat e Mustafa non corrispondono a questa descrizione. Quando arrivano tremano. Hanno paura. E la prima cosa di cui hanno bisogno non è l’assistenza medica. Ma di una carezza, un abbraccio, un gesto d’affetto. Che li rassicuri. Hanno bisogno che qualcuno dica loro che non accadrà più quel che hanno dovuto subire in Libia. Pietro Bartolo continua il suo racconto in questa fresca serata di inizio autunno. Ci spiega come avvengano gli sbarchi. Solo lui, in qualità di sovrintendente e responsabile delle operazioni, può salire sulle barche e fare una prima indagine. Solo dopo aver verificato che non ci siano a bordo malattie infettive, dà l’ordine di far scendere le persone. E ci confessa che dal 1991 non si è mai verificato un caso di malattia infettiva. Mai. Dal 1991. Dati certi, non supposizioni. Dimenticavo. Una precisazione. Prima ho parlato di barche. In realtà forse pochi sanno che dal 3 ottobre 2013, giorno in cui si è verificata la tragedia immane di Lampedusa in cui hanno perso la vita 368 persone, i trafficanti, proprio a causa delle operazioni italiane di salvataggio che recuperano i migranti a 20 miglia dalla costa, non li caricano più su imbarcazioni sicure, ma su gommoni forniti dai cinesi, pagati 20 € e senza scafista. Per risparmiare. 20€ il prezzo di centinaia di vite umane. E molti inoltre non sanno che da questi nuovi arrivi sono arrivate nuove patologie. All’ipotermia, la disidratazione, i traumi, la scabbia (un acaro dovuto alla scarsa igiene che scompare non appena si ripristinano le normali condizioni di salute) si deve ora aggiungere una malattia ai polmoni che provoca ustioni su tutto il corpo, ustioni che portano alla morte. Tali ustioni sono causate dalla miscela di benzina e acqua che impregna i vestiti e brucia la pelle. Da queste ustioni sono colpite soprattutto le donne che per poter tenere in braccio i bambini vengono fatte sedere al centro del gommone dove le esalazioni di benzina sono più forti. Se sei sfortunato muori, se ti salvi, rimani deturpato tutta la vita. E altri stereotipi vacillano e non si reggono in piedi se prendiamo ancora una volta in esame i dati. Come questo: siamo in troppi, non c’è posto per accoglierli! Fanno troppi figli! Oggi il calo della popolazione è causato dal calo della natalità e più veloce è il calo della popolazione, più rapido sarà il suo invecchiamento, con tutti i problemi complessi che ciò comporta. L’Italia insieme al Giappone è il paese con la più alta depressione demografica e ha il più alto numero di anziani al mondo! Per fare un solo esempio, a fronte di 180.000 arrivi abbiamo avuto un calo di 170.000 nascite. Ma noi continuiamo a parlare di invasione! E di problema, emergenza! Nulla di tutto ciò! Cambiare punto di vista si può, si deve! Solo così l’immigrazione sarà vista non più come falso problema, ma nel suo essere reale, ovvero come il primario motore della società. Una società di certo complessa, ma non per questo meno bella di quella passata. Perché il Mediterraneo è già stato la culla delle culture, il luogo dove le diversità si sono incontrate e abbracciate. E allora dobbiamo recuperare quel punto di incontro…solo lì il migrante sarà ricchezza, non pericolo. Per noi. Per il futuro.

Pietro Bartolo a Ghift:

“Perchè venite qui se forse rischiate la vita?”

“Per quel FORSE…”

Se in ognuno di noi vivesse il diritto di migrare e il dovere di accogliere, quel FORSE non avrebbe motivo di esistere….

Viola

Dedico questo articolo a tutti i migranti che hanno perso la vita in quel mare che amo tanto..

Che un po’ di questo amore, risvegli i nostri cuori. Restiamo umani.

Senigallia, 8 ottobre 2017