L’indipendentismo catalano e le sue varianti

La scorsa settimana mi trovavo a Belgrado per lavoro e ad ogni persona che comunicavo di venire dalla Spagna mi trovavo davanti uno sguardo stranamente solidale e tristemente affettivo ad accompagnare una presentazione o un saluto. Avrei potuto aggiungere pepe alla cosa dicendo di essere bosniaca però ho pensato che fosse già sufficiente così. 

La triste situazione senza un’apparente possibilità di ritorno nella quale è sprofondata la Spagna da qualche settimana a questa parte è dovuta alla possibilità o meno della regione autonoma della Catalogna di ottenere l’indipendenza dal Regno di Spagna. La volontà del popolo catalano si basa secondo quanto affermano ad una differenza radicale dal punto di vista anzitutto culturale e secondariamente economico. 

La storia dell’indipendentismo catalano è in realtà molto lunga e ha permesso a diversi dei partiti che oggi governano la regione di farne la propria fortuna non che il motivo stesso della loro presenza all’interno della Generalitat. Primo tra tutti l’attuale Presidente Carles Puigdemont. 

Tecnicamente ad eccezione della sola lingua che qui è quella catalana, ad occhio non vi è alcuna pratica differenza tra il popolo catalano e quello del resto della Spagna, salvo prendere in considerazione tradizioni di zone e usi e costumi che però vedono differenze su tutto il territorio iberico, cosa che per altro ne fa uno dei posti più visitati al mondo. É identica la religione, il sistema economico, il governo politico. Ad eccezione della Cup ( cordinamendo unidad popular) che si proclama anticapitalista, il resto del parlamento catalano è composto da partiti che condividono le linee ed il sistema sociale del governo centrale. Il Cup però rappresenta il 10% della popolazione catalana. 

Come già nel 2010 e nel 2014, il primo ottobre era stato indetto un referendum che consultasse il popolo catalano al fine di censire la volontà di rendersi indipendenti dal governo centrale della Spagna. Il disegno di legge referendaria era stato votato il sei settembre all’interno del Parlamento Catalano in un contesto fortemente polemico: é stata approvato poi dal Junt per si (il partito connesso a Carles Puigdemont ) e dal CUP senza avere la maggioranza dei due terzi del parlamento. La legge referendaria non prevedeva una partecipazione minima al referendum, ragione per la quale l’opposizione aveva espresso voto contrario ad essa.
Il sette settembre lo Statuto di Autonomia della Catalugna dichiara illegale la legge referendaria perché approvata senza la maggioranza dei due terzi del Parlamento Catalano mentre il Consiglio della Garanzia Statale, un organo creato dalla Generalitat de Cataloña la considera illegale perché unilaterale. Infine il Tribunale Costituzionale ne ordina la sospensione dichiarandola anticostituzionale.
All’alba del 14 settembre 13 persone connesse con il comitato di organizzazione del referendum vengoo detenute da parte della Guardia Civil e decine di documenti sequestrati, incluso le urne.

Da quella mattina lo scenario subisce un cambio radicale, che vede assumere posizioni di solidarietà da parte di cittadini di tutta Spagna. La rappresaglia dittatoriale con la quale il governo centrale reagisce e attua marca un cambio totale dei termini della questione stessa, portando il problema dalla tematica indipendentista a quella del diritto di opinione e libertà di espressione, fino a quello di “riapproprazione del governo della propria terra”. In un’intervista sulla televisione nazionale le sindache di Madrid e Barcellona, Manuela Carmena e Ada Colau entrambe legate a Podemos, affermano con assoluta certezza l’errore del PP, Partido Popular conservatore e di destra al governo della Spagna, nella reazione antidemocratica e autoritaria avvenuta in quei giorni. Specialmente la sindaca di Madrid, grande protagonista nella capitale durante la transizione dalla dittatura franchista alla democrazia attuale, sottolinea come non sia possibile continuare a governare senza accogliere l’istanza che una forza sociale quale il popolo catalano stava portando in strada in quei giorni. Che era ed è necessario porsi il problema di un milione di persone che scendono in strada e reclamano il diritto a poter votare. La questione dell’indipendentismo veniva cosí già assorbita da una questione molto più grande, indiscutibilmente più importante; il pericolo della mancata democrazia, la perdita della libertà. 

All’improvviso la domanda del quesito referendario che precisamente era “vuoi che la regione della Catalogna si separi dal Regno di Spagna e si costituisca come Repubblica Indipendente?” é diventata il contenitore di infinite istanze delle quali però non assume nessuna veste. Uscire in strada significava a quel punto protestare a difesa della democrazia, contro l’oppressione  dello stato centrale, contro la corruzione del PP, contro un triste e buio ritorno alle dinamche e alle modalità del franchismo, alla lotta per la libertà. E così mentre a fine agosto la chiamata al Referendum faceva registrare a favore dell’indipendentismo il 40% dei catalani, il risultato del primo ottobre consegnava un 90,18% su un affluenza del 48%.

Risulta doveroso a qusto punto precisare che al referendum hanno votato la metà degli aventi diritto.

Come sempre designare se le istanze di separazione di una regione siano giuste o meno é un meccanismo complesso ed estremamente lungo da decifrare però vale la pena riflettere su alcuni fatti.
Nella storia di tira e molla tra Catalogna e Spagna alla morte di Franco la regione stabilì una profonda collaborazione con il governo centrale al fine di riprendersi dopo la dittatura; i venti indipendentisti non inizieranno a manifestarsi seriamente fino al 2000 colmando nel 2015 con la massiva presenza in Parlamento dei partiti indipendentisti. La natura dei personaggi protagonisti di tali istanze designa l’onda e forse la direzione della volontà di separazione di questa regione. Conessi a fattori politici della difesa della razza catalana, della purezza della lingua e della cultura di Catalogna, immischiati come molti altri in diversi casi di corruzione e irregolarità politiche, cosí come i loro colleghi del governo centrale.


Quello che risulta ovvio però é che la stragrande maggioranza di persone scesa durante le giornate subito prima del referendum, più che sostenere politicamente l’indipendentismo, ha voluto difendere il diritto di esprimere il proprio voto, ha voluto proteggere la democrazia, messa in pericolo dall’atteggiamento del governo centrale. E questo dato lo dimostra che ad accorrere al referendum siano stati il 43.03% della popolazione catalana. Il SI a quel punto é finito per esprimere una distanza da un governo centrale autoritario e tremendamente simile allo spettro del natale passato rappresentato dalla dittatura franchista.

Da sempre l’indipendentismo catalano é stato il grido di battaglia della classe borghese e conservatrice preoccupata a conservare appunto e tutelare i propri interessi economici e privati più di quanto non lo sia mai stata nel difendere la democrazia e la libertà. Non é un caso se si riflette sul fatto che le istanze indipendentiste hanno iniziato ad essere più forti e più grandi a seguito della crisi economica nella quale é sprofondata la Spagna, come non é un caso che la fuga delle grandi imprese e multinazionali verificatasi nei giorni successivi al referendum abbia prodotto una piccola marcia indietro. Nestlé che se ne va, Catalogna che resta.

Però la domanda che forse dovremmo farci é la seguente : davvero la scelta di costruire un fronte di tipo nazionalista e populista al fine di incendiare gli animi ed ottenere un supposto ennesimo stato indipendente che disegna confini e frontiere, sia l’espressione di democrazia ed uguaglianza?

La domanda sorge spontanea perché a meno che non si considerino indipendentisimi prodigiosi dove la battaglia porta alla costruzione di un governo completamente diverso, caratterizzato dall’anticapitalismo, dall’ecologismo e dal feminismo, come per esempio quello curdo vuole essere, il resto sembra essere strumento e strumentalizzato da poteri politici appartenenti ad uno stesso sistema, corrotto, malato e profundamente disinteressato al diritto umano e alla democrazia.

Costituire un ennesimo stato, un’ennesima differenziazione di lingua e cultura é qualcosa che forse dovremmo rifituare come logica perché la battaglia che oggi si dovrebbe combattere é quella dell’abbattimento dei confini e delle frontiere e non quella che prevede di costruirne di nuove.

Perché altrimenti finiamo per voler proteggere il “nostro giardino” da chi non é come noi, pensando di combattere per qualosa a cui apparteniamo, la dannata identità nazionale, mentre questioni fondamentali quali disoccupazione, diseguaglianza sociale, clima e corruzione finiscono per occupare posizioni del tutto irrilevanti nella nostra agenda di lotta.

E probabilmente a farci perdere di vista le nostre vere grandi priorità.