Lidia la partigiana: riflessioni a caldo

A volte le cose capitano per caso. O forse il caso non esiste. Ma capitano, punto. Basta quel punto per dire che quel che verrà dopo ha già in sé una ventata di cambiamento. O semplicemente può smuovere qualcosa che sai di avere sempre avuto dentro, ma non hai mai trovato il canale giusto per lasciarlo scorrere fuori da te. E così ti ritrovi in un centro sociale a partecipare al dibattito “Resistenza antifascista, ieri e oggi” e vedi di fronte a te una donna, partigiana, occhi piccoli ma vispi e vivi, che non ti aspetti dica cose diverse da quelle che hai già sentito sul tema in questione. E invece stupisce. Stupisce e sorprende non appena apre bocca. E le prime parole che pronuncia sono semplici: la sua data di nascita. 1924! E bastano questi quattro numeri a far sopraggiungere come un fiume in piena una riflessione. 93 anni! Cosa porta una piccola donna di 93 anni in un caldo sabato di giugno a girare l’Italia per parlare della sua esperienza? Tanti e altri interrogativi prendono spazio nella mia mente, tanto che sento il bisogno di fermare il pensiero sulla carta per renderlo più vero e concreto.

E Lidia Menapace inizia a parlare, e parla con una lucidità che cattura, colpisce, rapisce. E le sue parole ti disarmano, ti interrogano. E ti aprono la mente a nuovi scenari, nuove possibilità. Prima affermazione. Per fare antifascismo non bisogna essere né scemi, né ignoranti. “Né scemi, né ignoranti!.” Perché essere cittadini di una Repubblica Democratica fondata sul lavoro vuol dire avere comportamenti umani non in contraddizione tra loro! Significa appartenere a un ambiente umano fornito di ragione, una ragione che va usata! Gli esseri umani nell’antichità, chiamati “animali politici,” si sono costruiti un luogo nel quale vivere in comune chiamato polis. Chi non si occupa delle cose degli altri, si occupa delle cose private. Fin qui nessuna novità. La “cosa privata” in greco si traduce con la parola idia, da cui idiota, ovvero colui che nel linguaggio comune non usa la ragione! E qui sta la novità che tinge di un colore nuovo cose che già sai. L’interesse per la cosa pubblica è fortemente calato negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani, che vedono nella politica solo noia e affare di altri. Ma c’è chi è vissuto in un periodo in cui non era permesso pensare agli affari propri perché le uniche verità che si imparavano nei libri della scuola elementare erano le virtù fasciste. Pagina 1, prima virtù: obbedienza. Pagina 2, seconda virtù: obbedienza, e via dicendo fino alla fine del libro. Così come il motto nelle pareti delle case era CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE. “Credere, obbedire, combattere…”

E allora oggi ha senso occuparsi della cosa pubblica o si può semplicemente pensare agli affari propri, al proprio particulare, per dirla alla Guicciardini? Ha senso nella misura in cui vive ancora una cultura fascista che se prende piede non ti permetterà più di “farti gli affari tuoi.” Perché mina un terreno sacrosanto per noi, per i nostri figli, il terreno della LIBERTÀ. Libertà sancita dalla Costituzione e per cui tante vite umane si sono sacrificate perché quella carta fosse scritta. Non è una carta neutrale. Arriva dopo del sangue versato. Non è semplicemente voluta dal popolo. APPARTIENE al popolo, di cui può esercitare la sovranità. E allora cosa possiamo fare noi oggi, piccoli cittadini, per difendere la Costituzione? Forse non servono atti eroici o gesti eclatanti, ogni persona nel suo piccolo può fare qualcosa per sentirsi partecipe, vivo, attivo e parte di una comunità che non deve sentirsi accusata di assenteismo, astensionismo, passivismo…perché c’è, è viva, vigile, attiva! Ma i riflettori sono spesso puntati sulle grandi realtà, non sulle piccole che invece meriterebbero più attenzione perché è lì che si spende la gente, è lì che si respira verità e ardore, è lì che si accendono la partecipazione e l’attenzione ancora presenti su certi temi e che ti fanno sentire parte di una comunità. Perché diciamolo! L’uomo è un animale sociale! La solitudine va coltivata per capire meglio se stessi, ma è solo con il contatto e l’apertura agli altri, al diverso, al sociale, che possiamo completarci. E allora l’informazione tra noi, il raccordo, la sinergia, la condivisione, l’interazione, che ci fanno uscire dal nostro orticello e dal nostro interesse minuscolo e privato, vanno migliorati se non si vuole rischiare di farlo diventare un limite, un muro, una barriera dietro la quale ci nascondiamo apatici, passivi e soprattutto tristemente soli. Questo limite, che per Leopardi era la siepe, per Montale era una muraglia con sopra cocci aguzzi di bottiglia, è pericoloso! Ma qualcosa si può fare. Ognuno, a suo modo, trova una soluzione; per Leopardi era la solidale catena, per Montale la maglia nella rete. E noi? Possiamo partire dalle piccole cose. Far circolare la cultura, le idee, documentarsi, dare cibo al nostro cervello e nutrirlo di spirito critico per difenderci da chi ci vuole “scemi e ignoranti” per minare ciò che è stato conquistato con il sangue.
E mi si accende una lampadina. Chissà perché. Ma la lampadina muove la mia mano. E scrivo. Sperando di non far torto a nessuno. Grazie Lidia….

Da una partecipate al dibattito