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Il terremoto e le sue passioni

“Democrazia profonda che fonda mutualità feconda, baraonda, democrazia di fronda, è welfare conquistato dalla fonda, in attesa della grande onda”
(Signor K – La città di sotto)

Si dice che il timore sia il desiderio d’evitare un male maggiore che paventiamo, con un male minore. Il timore di restare soli, isolati, indifesi; di non saper ricominciare, di non farcela a ricominciare. Il timore che consente la disponibilità al sopruso, che ci costringe ad essere oggetto di assistenza invece che soggetto di diritti. Infine il timore più grande, quel “può sempre riaccadere” che misura l’impotenza umana davanti alla potenza della natura.

Il male maggiore ovvero l’impossibilità di proseguire la propria vita – in senso stretto e in senso lato – fa accettare un male minore, ossia quello di poter restare soli dopo un terremoto, tra ansie e angosce, inchiodati alla paura per la latitanza delle istituzioni.

Paura perfettamente comprensibile, legittimata da chi in Italia ha vissuto “catastrofi naturali” e ancora aspetta case e risarcimenti. Paura che nell’ora dello smarrimento per aver perso tutto, ci sia qualcuno che ride, perché dal dolore può trarne profitto.

Il timore che deriva dalla solitudine non è solo il sentimento d’impotenza verso un terremoto o qualsiasi evento naturale, è bensì una delle cifre del nostro tempo. Infondo la messa in solitudine non è che l’altra faccia – triste – dell’individualismo imperante. Ognuno è solo con sé stesso, per sé stesso, poiché nella giostra del profitto ogni uomo è concorrete per l’altro.

Il timore è un affetto del nostro tempo perché produce obbedienza, senza bisogno che nessun potere coercitivo si sporchi le mani per imporla. Il timore è contemporaneamente il substrato necessario e il prodotto migliore di ogni shock economy. Il timore è ciò che permette di accettare passivamente lo stato di eccezione e il suo lento e inesorabile divenire norma: forma di governo.

Le catastrofi naturali sono gli scenari migliori dove muovere tutti quegli interessi politici ed economici che ogni grande opera porta con sé. I migliori, perché non servono tante spiegazioni o giustificazioni per intervenire. Infondo ciò che la natura ha distrutto va ricostruito.

Le deroghe legislative e la concentrazione dei finanziamenti a poche e conosciute ditte, sono la panacea di ogni speculazione edilizia, fatta sulla pelle di chi ha portato sulle spalle le macerie della propria casa, dell’attività lavorativa, della sua vita.

Si dice invece che l’indignazione sia quel sentimento di rivalsa, di riscatto verso qualcuno che ha fatto del male a qualcun altro. L’indignazione c’è quando l’isolamento del timore si rompe e ci si riconosce nel timore altrui, cominciando così a non percepirsi più soli. L’indignazione è quando una passione triste diventa desiderio, quando dall’uno si passa ai molti e così dall’impotenza si passa alla potenza. Ecco allora la gioia, la soddisfazione che si ha nel considerare noi stessi e la nostra capacità d’agire, di costruire legame sociale, di essere antagonisti allo spirito del tempo.

L’esperienza della campagna solidale “il Bio che non trema”, il suo successo, è prima di tutto questo, contrapporre ad una prassi individualista fondata su relazioni competitive, una prassi del comune fondata su relazioni cooperative. Questo è ancora più urgente in tutti quei piccoli paesi che compongono il paesaggio marchigiano e che sono rimasti abbandonati dagli squali pubblici e privati dell’emergenza, solamente perché non vi è nulla su cui speculare.

Ai piedi della Sibilla, a Monte San Martino, l’autorganizzazione sociale non è semplicemente arrivata prima della protezione civile, è arrivata dove la protezione civile non sarebbe mai giunta. Il lavoro che come Spazio Comune Autogestito Arvultura e come Mercato Bio Mezza Campagna è stato fatto, ha completamente sostituito le istituzioni e la loro impotenza, ha portato tetto, luce, acqua e gas lì dove i morsi del freddo e della neve non concedevano possibilità d’attesa. Questo mentre – purtroppo – in molti altri posti delle zone terremotate ancora si attende; questo quantomeno a garantire un po’ di dignità.

La solidarietà non è un atto filantropico, non è un palcoscenico per mettersi in mostra e non è nemmeno l’occasione per consolidare quello che Gaber chiamava “il potere dei più buoni”. La solidarietà è un atto politico, anzi, è una strategia politica mirata a rifondare legami sociali. E’ un prendere la parte di chi ha portato lavoro e ricchezza in una comunità, di chi ha dato un valore sociale e ambientale alla propria impresa e di chi ha evitato lo spopolamento delle zone montane, contribuendo così anche a mantenere parte della bellezza della nostra regione che è quel perenne dialogo tra montagna e mare.

Oggi ai piedi della Sibilla non si è più soli e il futuro sembra di nuovo a portata di mano. Oggi possiamo immaginare che sia possibile liberare i nostri territori dall’economia dell’emergenza e dai sorrisi degli speculatori.

Si dice anche che l’emulazione sia il desiderio che si genera in noi perché immaginiamo che altri abbiano lo stesso desiderio. Con la campagna “il bio che non trema” si è dato un piccolo ma importante contributo perché questa passione aiuti a tramutare il timore del terremoto nell’indignazione di una terra-in-moto.

Spazio Comune Autogestito Arvultura – Senigallia