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A chi serve davvero la guerra tra poveri

L’altro giorno un amico qua a Madrid mi ha fatto una domanda. Mi ha chiesto come mai in un momento come questo dove le persone sono sconvolte per aver perso tanto, troppo a seguito di una calamità naturale, molta altra si metta banalmente a dire cose tipo “togliamo i luoghi di accoglienza per i profughi per darli ai terremotati.” Banalmente mi ha chiesto come mai in un momento come questo si fomenti una inutile e sciocca guerra tra poveri anziché auspicare e incoraggiare le persone a collaborare, solidarizzare, rimettersi in piedi insieme, a prescindere dal resto.

Ha ragione. Per quale motivo anziché riflettere su come rimettere in cammino un’intera comunità che oggi si ritrova in ginocchio, come organizzarsi per garantire che queste persone quanto prima possano ripristinare la normalità, molti, troppi forse in questo momento in cui ci vorrebbe se non altro un silenzioso cordoglio di rispetto per chi oggi non ha più nulla, approfittino per proporre assurdità che nulla hanno a che fare con la soluzione del problema. Voglio dire, per quale motivo Maroni suggerisce di mettere i terremotati nelle casette dell’Expo al posto dei migranti? Chiedere a centinaia di persone di lasciare la propria terra, per altro straordinariamente bella, per spostarsi in dei prefabbricati nella periferia di Milano. É follia, pura follia; sbagliata, inutile, priva di senso. E allora perché lo suggerisce?

L’assurdità che in questi giorni è spesso balzata alla vista è proprio questa; il pretendere, da parte tanto di persone comuni quanto di politici nazionali, che venga tolto ai migranti l’aiuto – seppur misero che questo paese offre loro – al fine di dirigerlo ai terremotati. Per questo, quasi per “salvare” la faccia dei profughi che qui stanno cercando di sopravvivere, tante, tantissime persone hanno fatto girare informazioni di vario genere relative al comportamento che questi stessi hanno avuto in seguito al terremoto. Rifugiati ospitati in strutture sud marchigiane che gambe in spalla sono andati a scavare, uomini e donne che ospitati in centri d’accoglienza dichiarano di voler rinunciare ai due euro e mezzo al giorno che gli vengono passate per devolverli ai terremotati. Ma non è forse ovvio il motivo per il quale queste persone, seppur non essendo nate e cresciute qui decidano di andare ad aiutare chi in questo momento è in difficoltà? Chi meglio di loro sa cosa significa svegliarsi una mattina e non avere più un posto dove lavarsi la faccia e farsi un caffè? E allora questo loro gesto, di aiuto, di solidarietà, di vicinanza disegna un’umanità che paragonata alle sciocchezze che scrivono i razzisti e gli xenofobi nostrani, diventa enorme, abissale e ci riporta al punto precedente: a chi serve fomentare una guerra tra poveri in un momento come questo?

Serve a chi della tragedia fa tornaconto personale. Serve ai vari Salvini, Maroni, Meloni e compagnia bella che seppur nel dramma delle centinaia di persone che oggi sono senza un posto dove stare, non fanno che provare a trarne vantaggio al fine di spingere e promuovere un’idea di società basata sulla paura del diverso e sulla guerra di chi ha poco contro chi ha ancora meno. Infatti in nessun momento questi signori si sono proposti di fare qualcosa di reale, che vada incontro alle esigenze delle vittime anziché verso le loro personali e politiche. In nessun momento questi signori saranno in grado di combattere nessuna delle battaglie che da oggi le persone si troveranno ad affrontare. Non faranno nulla per garantire trasparenza nella gestione degli aiuti e degli interventi. Non saranno capaci di organizzare solidarietà ed efficienza. Non si proporranno di aiutare le persone a restare padrone dei propri gesti, capaci di articolare la propria quotidianità. Non vorranno e non riusciranno ad impedire che gli sciacalli si arricchiscano sulla tragedia come avvenne per L’Aquila allora. Anzi, loro tra quei sciacalli ci stanno già. Continueranno a sputare fuoco su una sciocca ed improduttiva guerra tra poveri; come se il problema del terremoto e di quello che ne segue fossero le strutture di accoglienza dei rifugiati e non le lacune, i finti appalti, le costruzioni date in mano ad amici di amici e la enorme speculazione edilizia che da decenni i nostri territori vivono prima e dopo qualsiasi tipo di calamità naturale li colpisca. L’altro giorno Global Project titolava un comunicato in seguito al terremoto con questa frase “Le catastrofi non sono mai naturali”. Mai frase più vera ci fu. La catastrofe non è il terremoto, la catastrofe è la conseguenza di esso, e questa più che naturale è decisamente opera dell’uomo.

E allora torna di fondamentale importanza ricordare che il più grande augurio che ci si possa fare è che le persone si sappiano organizzare in comunità per la difesa e la salvaguardia del proprio territorio. Che restino padroni dei loro gesti, vicini quanto più possibili alle loro case, uniti in questo momento di profondo smarrimento.

Perché è facile, troppo facile parlare da seduti sulla propria poltrona di pelle di come togliere il poco a chi ha nulla. Il difficile è andare avanti avendo perso tutto, ma le persone unite ce la faranno, mentre loro, gli sciacalli hanno perso già.

di Adisa Raljevic