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Perché non vi sia una di meno, perché non sia mai sola

Riflessione attorno ai fatti di Parma

C’é voluto qualche giorno.
Almeno per me c’è voluto qualche giorno prima di arrivare a poter scrivere quattro righe dotate di senso rispetto a quanto accaduto a Claudia (nome di fantasia scelto per la ragazza di Parma vittima di una violenza sessuale ).
C’ é voluto qualche giorno per togliermi di dosso quel profondo senso di rabbia e odio che provo ogni volta che ascolto di un gesto così atroce e dalla matrice chiaramente fascista. Perché di questo si tratta; non si possono chiamare in nessun altro modo gesti come questo, se non gesti di matrice fascista. Ogni forma di prevaricazione della libertà, di violenza sugli altri, di imposizione sull’altrui volontà é un gesto fascista. Lo stupro ne rappresenta uno dei massimi non che peggiorni esempi da osservare.

Il problema grosso però é il contesto ed il luogo in cui questo gesto avviene. Il fatto che accada dentro ad un collettivo antifascista dove si suppone si promuova il rispetto e la parità, non che si rifiuti e si combatta ogni giorno il fascismo, fa suscitare una certa serie di domande, perlplessità e purtroppo sì, dà adito a speculazioni di terzi che sciacalli sono e sciacalli rimarranno, quasi quanto gli stessi autori della cosa.
Però la base non cambia; com’é possibile che cinque ragazzi che si sedevano in riunione con questa donna abbiano pensato, organizzato e deciso di farle violenza. La domanda che dobbiamo farci é questa. Aldilà della gogna mediatica, aldilà delle nostre banali considerazioni su quanto siano bastardi o meno.
Perché qua il problema é serio; se da donna mi immagino ogni giorno di dover combattere contro le diffuse e diverse forme di violenza che sono costretta a subire, mi spaventa l’idea che questo tipo di lotta non sia supportata e combattuta dagli uomini, soprattutto da quelli che si siedono accanto a me. E mi spaventa perché questa battaglia non é privata nè personale. É collettiva, condotta da uomini e donne ed é trasversale, comune e oggi quanto mai centrale.

Il punto primo da affermare forse é quello di smettere di calmierare la parola femminista; da anni questa viene accostata a qualcosa di troppo forte, troppo estremo, tanto vetero, genericamente troppo. Invece no, non é così. La parola “femminista” designa qualcuno che lotta a favore della parità, dei diritti e della giustizia per le donne. E non ha sesso, non ha età, nè etnia nè religione. Perciò il primo passo é smettere di avere una qualche sorta di timore nell’affermare di essere femminista, si tratti di maschi o di femmine. Qualche settimana fa un noto attore affermava una cosa molto vera “Non é che se fai il pane singnifica che sei uno che gli fa piacere che gli altri possano mangiare pane. Lo si chiama panettiere. Allora se io lotto e credo nei diritti delle donne, perché non dovrei chiamarmi femminista?”.

In secondo luogo smettere di dare una connotazione femminile alla stessa parola; non é che se un uomo si dichiara tale , perde di virilità, di forza, di valore. Non scende il testosterone se vi dichiarate femministi. Non perdete niente di quello che fa di voi maschi nel momento in cui affermate di essere femminista, mentre sì assumete una battaglia; e questo perché é ancora così profundamente necesario esserlo, riconoscere alle donne che vi circondano – e non solo alle donne ma a tutte le sessualità ritenute di secondo, terzo, quarto grado – la totale libertà e potenzialità di pratiche che riconoscete a voi stessi. Riconoscere il valore della sua opinione e della sua volontà giudicandola giusta soprattutto e quando praticata da lei su di lei.

Terzo luogo la libertà; perché in questa triste storia c’é una profonda storia di negazione della libertà che attraversa diversi campi. Perché questa storia che é di tanto tempo fa viene alla luce solo ora, sei anni dopo.
E questo perché da un lato a Claudia viene intimato di non parlare con “gli sbirri” mentre dall’altro, infondo infondo, sembra quasi che Claudia, alla fine, a conti fatti se l’é un po’ come dire, voluta, un po’ cercata. Infondo sembra sempre che una violenza su una donna sia la conseguenza di pratiche sessuali un po’ spinte che la stessa non ha saputo gestire e che in qualche modo possa portare a pensare che insomma “se sei zoccola poi va a finire così”. Ecco allora che diventa di nuovo e sempre necesario ricordare che nessuna pratica sessuale é leggittimata a finire male e che un No é tale in qualsiasi stato, condizione, abbigliamento e ambiente lo si pronunci. E che il mancato Sì non equivale ad un tacito accordo, equivale ad un No.

Sarebbe semplice puntare il dito contro i cinque stronzi che hanno commesso questo atto estremmente vile. Ma non sarebbe mai abbastanza. E non lo sarebbe perché la costruzione dell’idea che ad una donna si possa fare violenza non viene dal pensiero di una notte storta di cinque ragazzi ubriachi e alterati da sostanze stupefacenti. Quest’idea viene da una latente considerazione della donna come seconda a qualcuno o qualcosa, normativizzata secondo i criteri degli standard imposti da un uomo il quale é sempre lui a decidere quanto e come lei possa praticare la sua libertà. Soggetta al capitale quando deve soddisfare le voglie dell’uomo in un film porno, soggetta al patriarcato quando la vede produrre e accudire “piccole mani” che possano lavorare per il capitale. Soggetta al giudizio dell’uomo o della donna che attua come un uomo quando si tratta del sesso o dell’amore. Soggetta a provare vegogna, schiava sessuale dei criminali di guerra.

La strada da fare é ancora tanta; i cinque protagonisti di questo gesto saranno processati da un tribunale, unico luogo a cui dovrebbe spettare il loro giudizio in termini di legge.
Però perché questa storia non sia vana e soprattutto perché non si ripeta é necessaria l’affermazione non che l’assunzione della questione femminista come centrale, assessuata e collettiva.
Non solo perchè non ci sia una di meno.
Ma perché nella sua battaglia non sia mai sola.

Adisa Raljevic