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La società capitalistica astratta

Tra le conseguenze che ha comportato l’affermazione del capitalismo moderno, come è noto, c’è il costante e irreversibile processo di individualizzazione.

Il ritrarsi graduale della sfera pubblica a favore di quella privata, la persona trasformata in “individuo”, l’atomismo sociale come dimensione di vita.

Una dinamica che la sociologia ha analizzato ampiamente, a partire dai classici.

Tra i testi relativamente più recenti possiamo citare il saggio di Richard Sennet “Il declino dell’uomo pubblico”, che affronta la questione “di traverso”, soffermandosi su alcuni aspetti particolari e, per certi aspetti originali del processo in questione, che il sociologo staunitense fa risalire alla fine del Settecento.

Anche Sennet, conosciuto in Italia soprattutto per “L’uomo flessibile”, analisi della precarizzazione del lavoro, riconduce alla nascita dello sviluppo capitalista le origini della egemonia individualista.

Il movimento operaio, sin dai suoi albori, ha cercato di opporsi a tutto questo attraverso dinamiche solidaristiche con le società di mutuo soccorso, la nascita dei sindacati, dei partiti socialisti e comunisti nelle diverse versioni, con il glorioso e fecondo, seppur purtroppo minoritario, movimento consiliare, e successivamente con le esperienze dei vari “socialismi” e “comunismi” reali, tutte drammaticamente naufragate.

In Occidente, cuore del capitalismo, in determinate fasi storiche il “noi” ha prevalso sull’”io”, ma a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, con la sconfitta dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta, la marea ha tracimato e dato vita ad una nuova fase in cui le nuove tecnologie sono state totalmente a supporto della plurisecolare tendenza.

Del resto la stessa televisione, ormai in quasi tutte le case, con la fine del monopolio pubblico, è stata congeniale a tutto questo, divenendo full time, coprendo le 24 ore di vita di ognuno di noi.

Al ritrarsi delle dinamiche di piazza e dei movimenti sociali, ha fatto da contraltare la pervasività dei talk show e delle tante pseudo piazze virtuali, con il trionfo di una crescente passività.

Durante gli anni Novanta, i cultori del pensiero liberale amavano rifarsi continuamente a “La società aperta e i suoi nemici” di Karl Popper.

Come è noto il filosofo austriaco contrappone al pensiero “totalitario” di Hegel e Marx, e per quanto riguarda l’antichità Platone; una visione alternativa,“democratica”.

La “società aperta”, appunto, contro la “società chiusa”. Ma i suoi estimatori quando andava di moda citarlo anche a colazione, omettevano un passo che ritengo rilevante e in sintonia con il nostro ragionamento.

Popper sottolieanva come una “società aperta” se perde il suo carattere organico “può diventare gradualmente quella che amo definire una “società astratta”.

Essa può perdere il carattere di gruppo concreto o reale di uomini o sistema di gruppi reali siffatti”. Noi preferiremmo parlare di classi, gruppi e legami sociali.

Ed è quello che è avvenuto puntualmente in questi anni. Tutto ciò centra terribilmente con ciò che si sta verificando ora con la pandemia.

E’ stato giustamente sottolineato come anche in questo caso, a fronte di una crisi sanitaria di tali proporzioni, che sta avendo pesantissime e drammatiche ripercussioni sociali ed economiche, oltre che politiche, se ne può uscire o con un cambiamento radicale che metta in discussione il sistema, oppure con un ulteriore rafforzamento di esso.

E un suo deleterio consolidamento vedrebbe proprio nell’ulteriore salto di qualità delle dinamiche individualiste uno degli aspetti nevralgici. Abbiamo citato le nuove tecnologie come pilastro del processo di invidualizzazione.

Da più parti si è rimarcato come l’uso inevitabile di esse (e i circuiti di movimento, come è noto, le hanno giustamente utilizzate) non dovrebbe essere provvisorio, ma segnare un vero e proprio punto di svolta, dal telelavoro, alla didattica, fino al loro utilizzo per le “video visite”, facendo venire meno quell’antico rapporto di prossimità e anche di socialità, tra medico e paziente.

Lo storico israeliano Harari in un articolo su Internazionale di alcune settimane fa, evidenziava come l’uso della tecnologia durante l’emergenza del virus segnerà una svolta nella nostra organizzazione sociale.

Domenico De Masi è un apologeta del lavoro a distanza. Appare evidente che ciò può comportare il rischio di una nuova, grave fase della desocializzazione della sfera pubblica.

In un contesto di disperazione sociale, significa impedire che le pesanti conseguenze della crisi non trovino uno sbocco collettivo, di autorganizzazione, socialità, conflitto per rovesciare il tavolo, ma siano risucchiate in una dimensione in cui la persona si trovi sola di fronte ad uno scenario di macerie sociali.

In queste settimane le varie soggettività di movimento hanno dato vita a reti solidali, esperienze di mutuo soccorso.

Da qui bisognerà ripartire per evitare che la “società astratta” si estenda ancora di più.