fbpx

Le “sardine” e noi

Nonostante l’età non proprio da centri sociali, mi rapporto con questa importante, credo fondamentale, realtà di movimento da venti anni. Prima da borderline, successivamente, da sei anni, standoci dentro in modo organico, seppur facendo molta attenzione a non esagerare, cioè cercando di dare spazio ai compagni più giovani, visto che credo fortemente nel ricambio generazionale.

Ne ho sempre apprezzato la generosità, il ruolo che svolgono nei territori, al netto degli inevitabili difetti e limiti, quest’ultimi condizionati oggi da un contesto generale piuttosto problematico, per usare un eufemismo.

Naturalmente di tempo ne è passato dalla “Carta di Milano”, cioè da quel “patto” che permise, anche in considerazione della nascita, a partire da Seattle, del movimento dei movimenti, un accordo che consentì di muoversi unitariamente, al di là delle inevitabili differenze.

Oggi ci troviamo in una situazione estremamente difficile, per motivi che sappiamo.

Forte è il rischio di scivolare nell’autoreferenzialità, nell’incapacità di relazionarsi con ciò che, molto o poco che sia, ci circonda.

Per fare un esempio positivo e spiegare meglio cosa intendo, posso parlare della bella esperienza che a Senigallia come Spazio Autogestito Arvultura abbiamo messo in piedi da febbraio.

Si tratta della Scuola di italiano per migranti Penny Wirton, da una idea di Eraldo Affinati e sua moglie Anna Luce, che oggi conta 40 poli didattici.

Si discosta da esperienze analoghe perché basata sul rapporto uno a uno o uno a due, tra chi insegna e chi apprende, quindi fortemente empatico e incentrato sulla relazione sociale.

Loa promosso noi come centro sociale, le lezioni si tengono nel nostro spazio, ma siamo riusciti a coinvolgere molte persone, e oggi il progetto aggrega una cinquantina di “insegnanti” e circa sessanta migranti.

Noi abbiamo dato il là, ma poi non potendo fare da soli sono confluite persone provenienti dall’area cattolica, altre nostre simpatizzanti, altre ancora genericamente di sinistra.

Un bel percorso che speriamo si consolidi sempre più.

Queste riflessioni mi sono venute in mente guardando a cosa è successo pochi giorni fa a Bologna in occasione del comizio di Salvini al palasport e la sorprendente mobilitazione di Piazza Maggiore.

Ora tutti i mass media si sono buttati sui quattro amici e la tanta gente presente (imitati da chi ormai collocato su un altro pianeta, spera di poterne ricavare consensi per le prossime elezioni regionali…); un evento nato da Facebook, ennesima dimostrazione di come i social possono dare il peggio ma anche il meglio di sé, favorendo non piazze virtuali, ma estremamente reali, come attestano le numerose rivolte passate e presenti in giro per il mondo.

Qui nessuna rivolta (purtroppo) ma un bel segnale.

Quando c’è Salvini il circuito di movimento, centri sociali in testa, giustamente si mobilita.

Spesso da solo.

Ma in questo caso stride un po’ quella Piazza Maggiore piena e il corteo, comunque di tremila persone, da un’altra parte per cercare di avvicinarsi al luogo dove il ceffo arringava i suoi.

Adriano Sofri nella sua rubrica su Il Foglio, in un “elogio della sardine”, ha scritto: “I partecipanti alla manifestazione dei centri sociali avrebbero infittito bene Piazza Maggiore, non perché facciano il gioco di Salvini, ma perché farebbero sensatamente il proprio gioco”.

E credo abbia ragione.

A volte bisognerebbe capire quanto sia più giusto e opportuno rinunciare a dinamiche consolidate, a volte, diciamolo, un po’ rituali, per provare a cogliere l’opportunità, non capita spesso, di interloquire con persone, pezzi di società che altrimenti non potremmo raggiungere.

Un caro amico di Bologna mi ha riferito che, al di là dell’inevitabile sparuta nomenclatura di partito e di sindacato, la piazza era composta da una moltitudine di persone, alcune delle quali prima erano al corteo poi sono confluite all’altro concentramento.

Una moltitudine in cerca di nessuna rappresentanza, ma fiera di autorappresentarsi.

Del resto è ciò che da Santiago del Cile a Hong Kong, da Beirut a Bagdad stanno esplicitando i movimenti di questo momento, per non parlare dei gilet gialli.

Bolognaè stata probabilmente un’occasione persa, ma c’è tempo per recuperare…

Di: Sergio Sinigaglia