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La rinascita del battaglione YPG

diario di guerra

“Io vado, madre.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per un mondo
più grande di questo.
Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà.
Come l’uragano, tutte le porte.
Io vado, madre.
Se non torno,
la mia anima sarà parola
per tutti i poeti.”

ABDULLA GORAN
poeta curdo

Buia e lunga è la notte e senza tempo.

Una notte in cui gli attimi sono istanti eterni. Inspiri, espiri. E proprio in quegli attimi ti accorgi che la guerra è un lancio di dadi. E che ancora una volta i dadi hanno scelto te. Te e nessun altro. Te che per un secondo rubato sei rimasto sospeso tra la vita e la morte e la forza ignota del destino ti ha spinto dall’altro capo del filo. Quello della vita. A cui, l’unico modo per restituire valore e dignità, è ridare memoria agli sahiden, i martiri. Tanti, nuovi, giovani. Che rubano il sonno alle notti profumate di casa e protezione. Notti che non lasciano tranquillità. Per due motivi. Uno si chiama Mordem, l’uomo con due zaini, due occhi neri e un gran cuore. Un uomo che non ce l’ha fatta a resistere.

Un uomo che mi ha preso un pezzo di cuore.

L’altro si chiama Shervan. Lui è una possibilità. Lui è il capo della squadra 223 in Rojava. È lui che nel sonno viene a tormentarmi per suggerirmi che la mia presenza in quel pezzo di mondo non è finita, che il mio compito non è esaurito. E decido di seguire quel filo rosso che lega una terra alla memoria, quella dei compagni. Nell’unico modo possibile: ritornare nel cuore di Raqqa. Per la terza volta. Come se fosse l’unico modo per mettere a tacere i miei più silenti tormenti.

Il disegno ha contorni meglio definiti ora.

Prima della mia partenza per l’ Italia avevo visto gli internazionali tra le fila dell’YPG sperduti, male addestrati e poco valorizzati. Ora torno con un unico pensiero. La formazione del Battaglione.

E la mia presenza lì ha senso sotto un’unica veste: quella di comandante. Un ruolo che mai avrei pensato di rivestire. E invece il tempo trascorre lento a Senigallia dopo il mio ritorno e ogni istante, ogni minuto, ogni ora passata a perfezionare il curdo e l’arabo e a studiare strategie di guerra, con il pensiero mi portano lì.

Lì per formare un gruppo, un gruppo unito dagli ideali partigiani in cui credo, un gruppo di Galhat, volontari che non si prenderanno più una pallottola nel petto perché non hanno capito un comando in curdo.

Con due vantaggi: la lingua e l’esperienza militare maturata.

La lingua ti salva: sembra una banalità, ma non lo è. Conoscere l’arabo e il curdo ti permette due cose: libertà, perché non hai bisogno di nessun interprete, e informazioni, perché puoi capire tutto quello che i comandanti si dicono alla radio. È come quando la ruota della fortuna ti mette nelle mani delle risorse. C’è chi le sfrutta, chi le lascia scivolare via. Io non potevo stare fermo. Tutto era chiaro dentro di me. Ho preso le mie consapevolezze, i miei rischi, i miei punti di forza e li ho armati di una valigia colma di azione.

E così è nato il mio Tabur, il primo Battaglione internazionale formato da volontari a capo di un italiano. Un battaglione comunista, anarchico, libertario, socialista, occidentale.

Per la causa curda. In Siria. Per un popolo diverso dal mio.

Per i compagni e le compagne in Rojava. Ma con lo stesso sogno di esistere e di libertà. Libertà di cui ogni uomo e ogni donna hanno diritto. E per cui vale la pena combattere. Per questo mi servivano tre cose: una base, una macchina e delle armi. Ottenute quelle, il gioco era fatto. O così sembrava.

L’idea era chiara nella testa: un battaglione antifascista, con una stella rossa nel cuore.

Un battaglione di volontari internazionali, che arrivano da tutto il mondo con le tue stesse motivazioni. E che lasciano ogni cosa per la tua stessa causa. Hanno una famiglia a cui pensano ed è l’unico motivo che li fa sopravvivere. Tornare da loro. Partano senza sapere per quanto tempo. Solo i quadri dell’Ypg abbandonano tutto.

Creare il gruppo non è stato facile. Lo spirito di fratellanza nasce da subito in situazioni estreme. Non hai tempo di litigare. Non hai tempo di pensare sotto attacco. È una questione di sopravvivenza. Bisogna agire. Il corpo deve rispondere a un comando in una frazione di secondo. Per fare questo deve essere ben allenato.

L’addestramento era estenuante. Ma necessario.

Iniziava alle 5 del mattino con l’ esercizio fisico. Correvamo, imparavamo come caricarci un compagno sulle spalle in condizioni di pericolo, come soccorrere un uomo ferito.

Quando tutti dormivano, facevo esplodere una granata: i compagni dovevano immediatamente alzarsi e prendere posizioni difensive attorno all’edificio il più velocemente possibile. Poi tattica, strategia, utilizzo, pulizia e mantenimento delle armi, disciplina nei movimenti.

Ci siamo concentrati sul room cleaning, cioè ripulire edifici, uno a uno e con quelli formare linee di fronte a partire dalle quali avanzare. In questo consiste una battaglia urbana. E nelle battaglie urbane i movimenti sono fondamentali. Puoi avere le armi migliori, i giubbotti antiproiettile, i droni degli americani pronti a bombardare le posizioni che segnali. Ma se non sai come muoverti hai perso in partenza. Perché ogni luogo è imbottito di mine.

Ci si muoveva solo col buio. Ogni notte avevamo un obiettivo, un edificio.

Al calare del sole ognuno doveva essere pronto a combattere. Tabqa è stata la nostra prima tappa. Lì ci muovevamo tutti insieme. Diverso è stato per Raqqa, dove ruotavamo perché ogni squadra doveva essere pronta a dare il cambio. In avanzata ci siamo divisi in due squadre, una di demolizione, una di copertura. La prima prendeva un edificio, sfondava le porte, ripuliva ogni stanza; la seconda copriva le spalle alla prima, era di supporto. Le due squadre erano a capo di Bagok e Hogir. L’addestramento era anche questo: simulare la stessa operazione fino alla nausea.

Ma l’addestramento non era sufficiente. Bisognava creare gruppo, fratellanza: a questo servivano i takmill.

I takmill sono una specie di circle time in cui ci si trova in cerchio, ci si confronta, si discute, si progetta.

È bella la parola takmill. Ogni sua lettera ha racchiusa in sè l’idea di tesoro (Treasure), competizione (Athleticism), bambino (Kid), gentilezza (Mild), guida (Inspire), e amore (Love), che per me è un amore rivoluzionario.

Li ho sempre ritenuti uno strumento democratico prezioso, ma non per tutti era così. Alcuni li hanno trovati distruttivi. Alcuni sono stati distruttivi. Perchè il tabur è fatto di persone. Di persone in carne e ossa. Con i loro nomi.

Ci sono loro nel mio tabur. Ulisse, Ariel, Delsoz, Botan, Jiwan, Alan, Gilo, Gabar, Çekdar, Hogir, Agir, Welat, Guevara, Robin, Kalashin, Shiyar, Handok, Giano, Masiro, Azadì.

E ognuna di queste persone portava in questa esperienza il suo modo di pensare, il suo stato emotivo, la sua capacità di sopportare il dolore, la fatica fisica, la mancanza di sonno, la tensione. Non era facile tenere i nervi saldi. Loro cedevano, a me non era concesso.

Non potevo farmi vedere debole, ero il loro punto di riferimento.

Ma non era facile vedermi come un amico un minuto prima e sentirsi riempire di rimproveri o sguardi duri di disapprovazione un secondo dopo. È stato per me il ruolo più difficile. Sentire con loro un forte legame di amicizia e allo stesso tempo impartire ordini da comandante. Quegli ordini che qualcuno ha fatto fatica ad accettare. E per cui alcuni di loro non ce l’hanno fatta. Se ne sono andati. E quando un compagno non c’è più, in me sento solo deserto e ogni granello di sabbia è un pensiero amaro che mi avvelena il cervello.

Ma tanti sono stati gli elementi che ci hanno unito. “Ogni compagno, qui, ora, combatte con il cuore colmo di sole.” Questo c’è scritto nel nostro statuto. Sono le parole di Ivana Hoffman, la prima martire internazionale, caduta a Tall Tamr. A lei abbiamo dedicato il nostro Tabur. Perché, bisogna dirlo, le donne hanno un ruolo fondamentale nella guerra in Rojava. Sono combattenti, sono comandanti. Sono sherman, soldati. E sono donne. Io stesso ho avuto un comandante donna. Sono quelle che lasciano le campagne e si trovano in prima linea. Con le loro armi e i loro corpi. A rischiare tutto.

Anche la musica ci ha unito. Moonage Daydream di David Bowie era la nostra canzone. “Put your ray gun to my head, press your face close to mine!”. Su queste note si distendono le linee del volto dopo un’operazione, su queste note canticchio senza voce quelli che credo essere gli ultimi istanti della mia vita. Quando mi hanno colpito e l’unica cosa che sono riuscito a fare è stata lasciar scivolare la radio dalle mani e dire: “Venitemi a prendere!” Perché in tutto questo scorrere del tempo, in tutto questo preoccuparsi di noi, di come stiamo, di restare uniti, c’è lei. La guerra.

La guerra ci sbatte in faccia l’inaspettato. L’imprevisto.

Tutto quello a cui il nostro studio, esercizio, calcolo, allenamento non era pronto. Ti colpisce sempre, ma non sai quando. Non puoi mai abbassare la guardia. E in alcuni momenti pensi solo che non sai fare niente. Ma questo è il pericolo più grave in guerra. Non pensare di avere limiti. È come essere ciechi e non poterli superare. Sta a noi decidere se farlo o meno. Ma la verità è che il futuro è un’incognita: la guerra ha masticato ognuno di noi e poi ci ha sputato fuori di nuovo e nessuno potrà sapere come verrà cambiato.

Quel che è certo è che restano frammenti di ricordi a cui si fa fatica a dare un senso. Come il ricordo di Suleyman, dai lineamenti spigolosi, gli zigomi aguzzi e un sorriso lunare che compariva a illuminargli il viso. Lui se ne è andato per una mina lungo un corridoio. Il ricordo delle nubat, le guardie in prima linea che ti tolgono il sonno, la privazione più dura a cui abituarsi, ancor più dell’acqua e del cibo. Il ricordo di un gruppo di aquile che si alzano in volo al nostro passaggio in auto. A simbolo di ali spiegate in cielo e di corsa verso la libertà. Il ricordo di due arabi che sono saltati su una mina perché hanno abbandonato la postazione che dovevano tenere per cercare qualcosa con cui dissetarsi. Si può morire per l’acqua?

Poi c’è un grido, che rimbomba nella testa: è Allahu Akbar, che dà l’inizio all’inferno! Ra-ta-ta-ta-ta. Silenzio, buio, respiro, silenzio.

Esplosione.

Le macchine giocattolo sono razzi a guida laser e demoliscono ogni cosa nel raggio di 100 metri. Fumo, conato di vomito, ronzio fortissimo nelle orecchie. Inspiri, espiri. L’unica prova a dirti che sei ancora vivo.

E poi davanti a te hai l’immagine di quello che prima era un soldato, un uomo, una persona. Non ci sono più braccia, né gambe, solo un grido disperato e monotono.

E un odore. Quello del sangue. Dappertutto.

Nel naso, nella bocca, nel cuore, nel cervello e si inietta nelle vene, fra le ossa, tra la pelle e avvelena il respiro. Ma in quegli istanti non puoi perdere la testa. Devi rimanere freddo e razionale. Devi sapere cosa fare. Iniettare una dose di chetamina, scrivere sul corpo quantità e ora dei medicinali somministrati e far passare quel che resta di un corpo in un tunnel che ordini di scavare con tutto il fiato che hai in corpo. Con tutti i rischi del mondo. Ma per un solo motivo. Salvare una vita. La guerra ti lascia anche questo. Il ricordo di esserci riuscito. Il sollievo di avercela fatta diventa un balsamo per le tue tempie.

L’imprevisto c’è sempre in guerra. Questo lo sai. Lo tieni in conto. Ma va gestito. Anche se c’è qualcosa che va oltre il risultato o il fallimento. Perché la battaglia urbana è un lancio di dadi. Quello che fa la differenza è l’aggressività mentale e fisica.

Quella che mi fa dire: ci arrendiamo o ci spingiamo oltre?

Siamo un tabur in cui ognuno sa di essere in una battaglia su due fronti: con il nemico e con se stesso. Ma c’è una cosa che non bisogna dimenticare mai. Sottovalutare il nemico, spersonalizzarlo, considerarlo un mostro, un verme. Perché se quel nemico, quel verme uccide un tuo compagno, un tuo amico, un soldato valorosissimo, allora ci sentiamo traditi.

Achilles in Vietnam, un libro sul disturbo post-traumatico da stress dei reduci del Vietnam, spiega che i soldati reduci di guerra al loro ritorno a casa non vanno via di testa per la battaglia in sé, la guerra in sé, ma proprio per questa sensazione di tradimento, di essere stati ingannati da ciò in cui avevano creduto fino a quel momento.

Nell’antichità non era così. Del nemico si aveva un’altissima opinione, i troiani avevano stima dei greci come soldati anche se sapevano che avrebbero bruciato le loro case e ridotto le loro donne a schiave. Di questi pensieri e di queste convinzioni avevamo bisogno. Per andare avanti.

Ma la guerra non ti lascia solo questo. Ti lascia anche un legame. Profondo. Con il popolo curdo. E la sua gentilezza. Un popolo che prima di un’operazione ti saluta e ti dice “ti rivedo“. Un popolo che nella sua essenza non è tanto diverso dal nostro. È fatto di donne, uomini e bambini che hanno i nostri stessi sogni. Sogni di cose semplici. Un terra, una scuola, una famiglia. Un prato su cui i bambini possono giocare.

Tanto ha tolto e tanto ha dato. Ma non è riuscita a distruggere l’amore rivoluzionario che mi ha spinto a tornare. Anche per raccontare. Perché nella vita ogni momento accade due volte: uno dall’esterno e l’altro dall’interno. E sono due storie diverse. Capirlo dall’esterno non sempre si può. Riviverlo dall’interno non so se servirà. A me e agli altri. Ma è una possibilità.

Dopotutto il futuro è una pagina bianca. Solo una cosa mi lascio nella memoria: Serkeftin! Che in Roajava significa Hasta la victoria. Sempre e comunque.