Sulla mia pelle

di: Viola

Venerdì 14 settembre

Cinema Gabbiano, Senigallia


Un lenzuolo bianco. Sotto quel lenzuolo un corpo, un corpo sacro e violato, un volto emaciato, due occhi assenti. Un lenzuolo bianco che parla e nasconde l’esito di una storia. Una storia di assenza e irrealtà. Perchè assenza e irrealtà hanno accompagnato gli ultimi giorni di Stefano Cucchi, una storia che inizia il 15 ottobre 2009, giorno del suo arresto, e finisce il 22 ottobre, giorno del suo decesso.

Assenza totale: di un ultimo abbraccio, di una parola di conforto, di calore umano, di uno sguardo d’intesa. Assenza dei propri cari. Assenza di un ultimo saluto. Ed è una storia di irrealtà: irrealtà intesa non come surreale.

Ma irrealtà come un togliere realtà agli altri, un non farlo esistere, un non dargli attenzioni. Sembra di essere in un girone infernale in cui Dante attraverso i suoi exempla fonda un’etica nuova e moderna, un’etica che fa esistere il mondo, in cui il bene è visto come un dare esistenza agli altri e il male un toglierla, ovvero un’esistenza in termini di importanza, attenzioni, ascolto. Non è un’etica che segue le leggi della morale in un codice comportamentale scisso tra il buono e il cattivo. Ma tra l’esisti e il non esisti.

E in cui il senso della vita è dato da un trasumanare, cioè un passaggio, un invito a divenire da verme a farfalla. Per uscire dalla metafora dantesca il male causato a Stefano nasce proprio da una situazione di negazione della sua realtà. E si traduce in termini concreti nella progressiva scomparsa del suo corpo. Sulla mia pelle, il film che vuole ridare a Stefano una nuova vita, una vita in termini di attenzioni, dignità e riscatto, gli stessi che gli sono stati negati nelle sue ultime ore, ricostruisce bene questo principio. All’inizio vediamo un corpo, alla fine un non corpo. Come se si volesse ricostruire il processo che ha portato alla negazione della sua esistenza. Il film è la storia di assenze, di non ascolto, di non risposte, di silenzi, di negazione, di non volontà. Il tutto in un climax ascendente e graduale.

L’unica e insistente richiesta di Stefano di vedere il suo avvocato su un letto agonizzante resta inascoltata, così come la richiesta dei genitori di vedere il figlio viene negata. Le cure mediche ci sono e non ci sono, le responsabilità di tutti gli attori coinvolti nella vicenda, dai carabinieri ai poliziotti alle guardie penitenziarie, medici, infermieri vengono rimbalzate come una palla da ping pong su un muro di gomma. In un clima totale di non consapevolezza. In un clima di “non vedo, non sento, non è colpa mia, non ho potuto fare niente.” Questo è un letimotiv persistente. Fino a quando il “posso fare qualcosa” diventa impossibile, perchè ormai è troppo tardi.

Ma Sulla mia pelle non vuole dirci solo questo. Non accusa, ma racconta con asciutta semplicità i silenzi e l’omertà. Sulla mia pelle più di tutto ci restituisce un’agonia, il martirio di un corpo di pasoliniana memoria, ci restituisce un dolore. Non un dolore assordante. Non un piagnisteo inconsulto. Ma un dolore fisico. Un dolore di solitudine, di impotenza, di indifferenza, di profonda incapacità di comprendere l’incomprensibile. Un dolore che ridona a Stefano tutta la sua umanità e gli restituisce dignità. Un dolore che, solo se fatto rivivere, può risvegliare le coscienze. Ma per farlo rivivere c’è voluto un grande coraggio. Il coraggio di una sorella.

E poi fuori dal lenzuolo bianco ci sono gli altri. Fuori dallo schermo ci siamo noi. Noi che guardiamo scorrere le immagini di una storia che capiamo essere reale, essere accaduta veramente solo alla fine della narrazione. Noi che fino a qual momento siamo rimasti ai margini, abbiamo vissuto con placida tranquillità la nostra esistenza. Ma dopo essere usciti dallo schermo non è più così.

La condivisione del dolore ci ha mosso qualcosa dentro, perché è come se quel dolore l’avessimo provato anche noi. Lo abbiamo sentito nell’emozione di Ilaria, nella profonda partecipazione del suo avvocato, Fabio Anselmo. E la condivisione come comunità della memoria di questa vicenda ci aiuta ad allontanarci dai margini per avvicinarci al centro.

Un centro dove risiedono le responsabilità di tutti. Perché la responsabilità è di tutti, quindi anche nostra.

Noi siamo esseri attivi nella vita dello Stato, esprimiamo un pensiero, esprimiamo i valori che guidano la nostra esistenza attraverso il voto. Il non esprimersi, il non battersi, il non prendere posizione fa sì che altri decidano per noi, fa sì che quando la vita del più debole diventa sacrificabile perché considerata ingombrante e inutile, noi abbassiamo la testa. Facciamo finta di non vedere o sentire. Ma più siamo marginali alle vicende dello Stato inteso come comunità, più assistiamo al dramma dello smantellamento di un sistema sociale che dovrebbe tutelare il cittadino. E garantirgli sicurezza. E garantirgli possibilità di esprimersi e di difendersi.

Anche se ha commesso un reato. Accade invece il contrario. Il presunto rispetto della legge viola i diritti umani di una persona. Colui che si fa garante della legge, mantiene la sicurezza demolendo un corpo. Sicurezza e violazione non possono coesistere nel sottoinsieme della categoria Legge. Diventano concetti antinomici, incompatibili in una assurda convivenza. E la mela marcia diventa un albero.

Fuori dal lenzuolo bianco c’è anche un senso di giustizia, di parità, di verità, di dignità. Tutte assenti nella storia di Stefano. Perchè è una morte di ordine pubblico. E, come dice Erri De Luca, alle morti di ordine pubblico la memoria pubblica viene negata. Viene insabbiata sotto la falsa attenuante del “se l’è cercata!” Se sei morto per difendere la legge, allora ti meriti un bel funerale di Stato. Se sei morto per aver violato la legge e per mano di chi la legge dovrebbe rappresentarla, allora vieni dimenticato, insabbiato, annullato.

Ma non funziona così.

Non si dimentica la persona, non si dimentica il calvario di una famiglia, non si dimentica la battaglia di una sorella. È solo la nostra presenza che fa la differenza. La nostra partecipazione. A dire noi ci siamo, noi siamo solidali, noi vogliamo verità e giustizia. Arrovellarsi sulle colpe non ci aiuta più di tanto. Non ci restituisce Stefano. Ma chi ha sbagliato è giusto che paghi.

Se la legge è uguale per tutti, anche le responsabilità devono essere uguali per tutti. E se non lo è, noi ci battiamo perché questa parità e giustizia arrivino.

Perché non ci sia più un altro Stefano o un altro Carlo. Per loro non possiamo rimanere in silenzio. Per loro. Per restituirgli dignità e memoria. Per loro ci batteremo per il nostro trasumanare.

A Ilaria.
A una grande donna.
A una combattente.
Al suo coraggio.
Grazie!


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