Il caso Diciotti e molto altro

Di: Viola

C’è una nave. Si chiama nave Diciotti. È la nave della Guardia Costiera italiana che per dieci giorni ha impedito prima a 177 migranti, poi 137, provenienti dalla Libia di sbarcare al porto di Catania. Per ordine del Ministro dell’Interno Salvini. Questo il fatto.

C’è un mare. Il mare della morte, per molti. Buio e profondo. Ti risucchia per sempre. E c’è il mare della speranza, per pochi. Un mare che ti tiene in vita, ma non ti fa approdare nella terra delle finte libertà. Un mare che divide due mondi agli antipodi per storia, cultura, civiltà e ruolo nei giochi di potere di chi governa: dominio e sfruttamento. Da un lato l’Europa. Dall’altro l’Africa.

C’è una terra: la terra degli sfruttati. La storia di chi parte vista da qui, da questo angolo del mondo, ha tutto un altro sapore. Assieme ai cambiamenti economici ben noti, la globalizzazione ha provocato in Africa una rivoluzione antropologica, in particolar modo tra i giovani.

Nel continente sono tanti: il 60 % della popolazione è sotto i 25 anni, il 40 % di questi sotto i 15. A differenza dei loro genitori, i giovani del continente sono più istruiti, più indipendenti, più intraprendenti e pronti all’avventura. È insomma una migrazione di seconda generazione di cui non possiamo non tener conto se vogliamo leggere il fenomeno migratorio in maniera nuova, anche rispetto alla tradizione africana.

La crisi li ha lasciati soli, ed ora – davanti al nuovo ciclo – reagiscono individualmente. Ciò non era mai avvenuto prima. Si tratta di giovani ammassati nelle bidonville africane, negli slums e nelle periferie, mischiati e di tutte le provenienze, senza alternative, senza diritti, ma soprattutto (e questa è la novità) senza famiglia, clan o etnia. Esclusi dalla società che conta.

Partono. C’è qualcosa di sbagliato in questa scelta?

Partire per migliorare la propria aspettativa di vita. Che è soffocata da guerre, soprusi, carestie. O semplicemente perché per la perdita di un genitore, l’attività di famiglia fallisce e si passa a una condizione di difficoltà economica. Chi parte non è povero. Chi muore di fame non ha i soldi per partire.

Il viaggio verso la terra della rinascita costa molti soldi e non tutti possono permetterselo. Chi parte però lo fa solo per eccesso di bisogno, perché la partenza per il mondo dei bianchi produce una lacerazione profonda con la propria terra e una perdita della propria identità. Una perdita che molti, se potessero, eviterebbero. Di questa lacerazione è piena la letteratura post coloniale. Sono i viaggi del non ritorno. Si può fare a una colpa a chi decide di migrare? Migrare è un diritto, sacrosanto. I nostri nonni ce lo hanno insegnato.

C’è il viaggio, il viaggio dell’inferno, che si consuma in questa terra. Un viaggio che, chi parte, non immagina minimamente. Altrimenti non partirebbe. L’inferno ha un nome, si chiama Libia. Torture atroci, violenze e stupri sulle donne, esperimenti su corpi vivi, detenzione inumana in campi simili a quelli di concentramento.

L’uomo non c’è più. C’è la cosa, l’oggetto. E dell’oggetto posso liberarmi quando voglio.

Funziona così. Ti sparano senza motivo. Nessuno controlla. Lo Stato è complice. In tanti arrivano, di molti si liberano. Ma la violenza subisce un’improvvisa e imprevista escaletion. Chi parte inizialmente pensa che la difficoltà maggiore sia il deserto. Perché nel deserto si muore. Superato quello, il resto è in discesa. Invece no, è solo l’inizio. Perché il vortice delle partenze risponde a un ordine, entra in un convoglio e da questo convoglio non si esce, mai più. È il convoglio del traffico umano. Il cui lavoro è però ostacolato da altri attori, come i ribelli jihadisti che si prendono i soldi del viaggio che i migranti hanno già pagato ai trafficanti.

E la cosa si complica. I più fortunati riescono a superare gli assalti dei ribelli. I meno fortunati devono ripagare da zero e per farlo si fermano a lavorare. Le donne per continuare il cammino, possono solo prostituirsi. Quindi il viaggio della speranza si prolunga. A volte anche di anni. Quando poi ce la fai, arrivi per miracolo sulla costa libica e pensi che il peggio sia passato. Invece perdi tutto: dignità, speranza, voglia di respirare. Inenarrabile e indefinibile l’orrore in quella striscia di costa. Unica via d’uscita è il mare. A costo della vita. Tutto, pur di non subire più quelle violenze. Anche la morte.

Poi c’è l’altra terra, la nostra. La terra dell’approdo. E qui ci spacchiamo in due. La terra di chi vede in questi arrivi l’invasione. Basterebbe guardare due numeri per capire che non è vero.

È l’Italia degli italiani chiusi in uno stivale protetto e al sicuro, o almeno così si vorrebbe. E che vede in qualsiasi elemento esterno una minaccia. Una minaccia da combattere, un pericolo esterno da eliminare per mettere a tacere il proprio senso di frustrazione.

La colpa dei nostri mali è fuori di noi. In Italia lo straniero è diventato un male endemico.

Lo straniero diventa una capro espiatorio su cui abbattere le proprie ansie e insicurezze. Ansie per la perdita del lavoro, della casa, della famiglia. L’omicidio verso l’immigrato riappacifica. Il male in gruppo aiuta a trovare pace. Così sostiene l’antropologo Girard secondo cui tutte le società nascono dopo un fatto terribile, dopo un omicidio. Caino e Abele, Romolo e Remo ne sono alcuni esempi.

Il potere si mantiene grazie alla perpetrazione di questo omicidio fondativo. Così accadeva anche nella società ebraica quando il sommo sacerdote caricava simbolicamente su un capro tutti i mali e i peccati del popolo e poi lo mandava nel deserto a essere divorato dagli altri animali. Ma la dinamica del capro espiatorio applicata alle persone diventa disumana. Oggi l’immigrato, lo straniero, il clandestino, colui che ruba il lavoro è il nostro capro espiatorio. Chi arriva non va mescolato con chi ha il diritto di cittadinanza in una terra che è considerata proprietà. Proprietà di chi ci è nato. E il diritto di chi non ha il diritto di cittadinanza dove lo mettiamo?

Ma c’è anche l’Italia di chi si indigna, che scende in piazza, che in spiaggia difende i migranti, l’Italia accogliente, che si mobilita, che porta acqua e qualcosa di caldo per prestare i primi soccorsi, che presidia la riva del mare, che prova lo stesso dolore di chi è fermo, immobile su quella nave da giorni, senza più domande, senza più risposte. Inerme, senza più pensieri, svuotato, con una sola certezza, quella del sibilo di un respiro flebile, finché dura…

Inoltre c’è una scatola grigia. Una scatola grigia che sovrasta l’Europa. Dentro c’è la torre del controllo. Del vertice. Del potere. Di chi comanda. Che per farlo fa finta di rispettare accordi, trattati, convenzioni. C’è la Convenzione di Ginevra, il Trattato di Dublino, il diritto Internazionale della Corte Europea…

Tutti ideali che sanciscono il divieto di respingimento, l’accoglienza, il diritto di soccorso, di asilo politico, ecc.. Tutti sulla carta. Pure la nostra Carta Costituzionale all’articolo 10 cita che “lo straniero…al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica…“. Ideali, principi e valori sulla Carta traditi dai fatti. Gli accordi Italia Libia e il decreto flussi del 2008 ne sono la piena dimostrazione.

Accordi ormai superati, inadeguati a gestire i recenti arrivi, accordi che giacciono al Parlamento europeo soprattutto per l’opposizione di quegli stessi Paesi con i quali il ministro dell’Interno e l’intero governo vorrebbero ora fare cartello comune. Con questi accordi l’Italia ha avuto un ruolo di primo piano nell’addestramento della guardia costiera libica e nel finanziamento del governo di Tripoli incaricato di fermare le partenze dei migranti verso l’Europa. Cioè, in parole povere, l’Italia paga la Libia per fermare le partenze. Per lasciarli lì. In quell’Inferno. Nello specifico il patto del 2008 prevedeva che l’Italia versasse 5 miliardi di dollari in aiuti. Il messaggio che a noi fanno passare è un altro. Si blocca l’immigrazione clandestina o chi arriva per vie irregolari. Si fa il bene degli italiani. Prima loro. Prima la sicurezza, il porto sicuro. Ma sui termini bisogna ragionare.

Clandestino, dal latino clam, è colui che si nasconde. Ma chi arriva non si nasconde, anzi spera di essere trovato perchè disperso da giorni in mare su un’imbarcazione in avaria. Chi arriva, arriva necessariamente per vie irregolari, che a oggi sono l’unica possibilità di accesso perchè le vie regolari sono state bloccate. Sono state bloccate per fermare le partenze. Con l’esito contrario di alimentare il traffico di esseri umani e lo schiavismo. Altra precisazione. Lo straniero presente in Italia non è regolare o irregolare, semmai è presente in modo regolare o irregolare sul nostro territorio. Questo accade quando uno straniero richiedente asilo ha il permesso di soggiorno scaduto. I tempi burocratici per il rinnovo dei documenti sono macchinosi e lunghi. Durante questa attesa lo straniero si dice che è presente in modo irregolare sul nostro territorio. Invece si associa indebitamente l’idea di immigrato irregolare a criminale, stupratore, assassino, ladro ecc…Così vogliono farci credere. E molta gente ci crede. Perchè? Un motivo c’è.

Perchè c’è la società liquida, così come la chiamava il filosofo Bauman: la società che scorre su una bacheca, connessa h24 con il mondo globale, che si rifugia in una realtà virtuale perché qui tutto è permesso.

E tutto è permesso perché non vedi chi hai di fronte. Quindi puoi insultarlo, offenderlo e morire orgogliosamente della tua ignoranza. Ignoranza prima di tutto di lingua. Il come parli dice chi sei. Gli analfabeti disfunzionali dilagano e si sentono forti quando possono sciorinare indisturbati i loro commenti razzisti. In questo hanno un ottimo maestro. Il suo nome è Salvini.

Maestro di retorica più che di fatti. La strategia retorica del Ministro è stata studiata attentamente: si focalizza su alcuni termini ricorrenti, ripetitivi, sino all’ossessione; i nemici, i valori, la difesa dei confini, il buonsenso e via dicendo…L’obiettivo è il consenso, l’effetto il controllo. Dell’opinione pubblica. E ci sta riuscendo, a dismisura.

Le parole hanno un forte potere di persuasione e convincimento. Più di quello che immaginiamo. Le parole producono realtà. Siamo molto vicini alle strategie retoriche usate dai regimi totalitari per ottenere consenso. Delle forme più pericolose. Perché si va verso una spirale di odio e xenofobia senza via d’uscita, montata ad arte e con un’evoluzione così repentina da non riuscire a rendersene conto.

Un esempio?

Macerata. Fino a qualche anno fa era una delle poche città in Italia prese a modello per l’integrazione. Oggi dopo la strumentalizzazione mediatica dei fatti del 3 febbraio è una delle città in cui si è visto un incremento esponenziale di odio razziale e le adesioni alla lega sono cresciute alle stelle. Ora Salvini è indagato per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. Anche se ora queste accuse iniziano già a scricchiolare. Finirà tutto in una nuvola di fumo? Vedremo. Perché in fin dei conti queste bagarre politico-istituzionali a noi poco importano.

La giustizia c’è, farà il suo corso. La soluzione invece ancora manca. Gli accordi internazionali vanno rivisti. Ma questo è sufficiente se la logica che li predispone è quella del potere e dominio?

Avremmo bisogno di più empatia: empatia che non è il provare compassione per le sofferenze altrui. Empatia, ovvero la capacità di immedesimarsi nei panni degli altri. Ecco, se chi è al vertice, facesse esercizio di empatia, forse non ci sarebbe stato il caso Diciotti. O forse non è un problema di esercizio o di sensibilità. È un problema di volontà. Per questo non possiamo più tacere.