La 194: anniversario di una legge fantasma!

di: Viola

Ci sono storie sepolte, che ogni tanto meritano di tornare in vita.

Si chiamava Savita Happalanaver. Aveva 31 anni. Era una dentista indiana che viveva a Galway, in Irlanda. È morta il 31 ottobre 2012 per setticemia dopo che si era presentata in ospedale perché stava perdendo spontaneamente il bambino, ma i medici non sono voluti intervenire perché il cuore del feto batteva ancora. “Siamo in un paese Cattolico“, le è stato detto. “Non sono né cattolica, né irlandese“, ha risposto Savita di religione hindu. Sembra uno scherzo, ma per un fatto di religione o provenienza si può perdere la vita. Perché Savita non è morta per un incidente di percorso, ma per negligenza medica. Si poteva salvare. E la sua morte è diventata un’icona così forte da far riaprire il dibattito nel paese cattolicissimo, un paese in cui la religione è molto influente e il divieto di abortire è stato addirittura scritto nella Costituzione. Ci sono voluti quasi 6 anni. Il 25 maggio 2018 il 66,4 % della popolazione irlandese ha votato a favore dell’abrogazione dell’ottavo articolo che proibisce l’interruzione di gravidanza, fino ad ora illegale in quasi tutte le circostanze, addirittura in caso di stupro o incesto o quando c’è una grave anomalia fetale, a meno che non sia a rischio la vita della donna. E dopo l’Irlanda ora anche l’Argentina sta decidendo di legalizzare l’aborto.

L’Italia invece sembra in una situazione di comfort. Comfort, una zona protetta, perché la legge c’è e c’è da 40 anni. Quest’anno si festeggia il suo quarantesimo compleanno. Una legge che arriva dopo anni di lotta, di manifestazioni di piazza, di dibattiti accesi che fanno del ’68 e degli anni a venire uno dei periodi culminanti in Italia per l’acquisizione dei diritti. Conquiste che sanno di sangue e di sale. Lotte e battaglie su ideali e valori che non possono essere comprese a pieno da chi non le ha vissute scendendo in piazza. È stata una battaglia collettiva, simbolica, epocale. Che ha il sapore di Rivoluzione.

Eppure, nonostante queso, anche in Italia c’è chi muore durante l’interruzione volontaria di gravidanza. Basti ricordare un nome, Valentina Milluzzo. Muore al quinto mese di gestazione. Aspettava due gemelli. Si reca all’ospedale Cannizzaro di Catania per un aborto spontaneo e non si spegne per un incidente di percorso. Ma a causa di un altro male. Si chiama Obiezione di coscienza, ovvero il rifiuto di intervenire con l’aborto per principi etico-morali. Si muore, in sostanza, per lo stesso motivo che si verifica in Irlanda. Con un’unica differenza. In Irlanda la legge non c’è. Per lo meno ancora. O meglio c’è una legge che ha dimostrato di fallare, perché la sua integerrima applicazione ha impedito di salvare una vita! In Italia c’è, è un dogma e con i dogmi si dovrebbe fare una sola cosa. Obbedire. Certo, se siamo in un regime dittatoriale la disobbedienza è cosa buona. Tutto è relativo. Ma se siamo di fronte a una legge garantita da uno Stato liberale e democratico come il nostro, i se e i ma non avrebbero motivo di esistere. Con i se e i ma si muore. Sopratutto se sono sorretti da motivazioni religiose. Perché le questioni di religione non dovrebbero interferire nella libera scelta di un individuo che dovrebbe essere garantita, protetta, tutelata e sostenuta da uno Stato attraverso la legge. Che poi forse sarebbe meglio parlare di scelta. L’unica possibile. Perché quando una donna decide di interrompere la gravidanza non sempre lo fa per un principio di libertà. Ci sono casi o situazioni in cui la libertà viene messa sotto i piedi o nel dimenticatoio. Come quando si resta incinta perché si subisce violenza. O perché il feto è malformato. O perché sei malata. O perché sei sola e indigente e in età avanzata. I motivi possono essere tanti. E in questi casi insieme alla libertà nel dimenticatoio ci va anche la sofferenza. Perché una cosa è certa. Una donna che decide di interrompere volontariamente una gravidanza si porta dietro una ferita. Che non dimentica. Gli altri si, lei no. Mai. Solo chi è donna può veramente capire il senso di questa frase. Perché è una cosa che ti porti dentro. Non in senso metaforico, ma reale, nel tuo grembo. E proprio perché è una scelta già di per sé dolorosa che le Istituzioni dovrebbero mettere la donna nelle condizioni migliori per affrontare questo percorso. Che a volte diventa più complicato del previsto.

A oggi, infatti, l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) resta una vera e propria odissea. Per capire perché, dobbiamo analizzare i dati e fare qualche considerazione di carattere scientifico.

Innanzitutto interrompere una gravidanza comporta dei rischi. Bassi, soprattutto in un contesto di legalità e igiene, ma comunque ineliminabili. L’emorragia è uno di questi. E per questo si richiede la presenza di varie figure professionali, ed è per questo che più volte sono stati denunciati gli altissimi numeri di obiettori, soprattutto tra figure professionali che non praticano direttamente aborti (anestesisti, personale non medico). Nell’ultima relazione ministeriale sull’interruzione volontaria della gravidanza IVG e complicanze, 2013, il rischio di emorragia è dell’1,7 per cento, ovvero di 163 casi su 102.760 interventi (in Campania è dello 0,6 per cento). In Campania sono obiettori l’81,8 per cento dei ginecologi, il 65,5 per cento degli anestesisti e il 72,8 per cento tra il personale non medico. Il fenomeno dell’obiezione di coscienza rimane molto diffuso ed è in aumento tra i ginecologi. I medici obiettori nel 2014 erano il 70,7 per cento del totale, contro il 70 per cento dell’anno precedente. Il numero dei ginecologi non obiettori intanto è sceso da 1.490 a 1.408. La regione con più obiettori è il Molise (89,7 %), seguita dalla Sicilia (89,1 %) e dalla Basilicata (88,1 %), quella con meno obiettori è l’Emilia Romagna, con il 53 %.

A fronte del calo dei non obiettori, si registra un calo degli aborti: dai 240.000 casi nel 1978 siamo passati agli 80.000 nel 2018. Questo accade perché sono cambiati gli stili di vita e negli ultimi anni si è registrato il boom della contraccezione d’emergenza. Con l’entrata in commercio della pillola dei cinque giorni dopo (2012) e l’abolizione dell’obbligo di ricetta le vendite si sono moltiplicate: secondo i dati Aifa, la distribuzione della pillola dei cinque giorni dopo è schizzata dalle quasi 7,7 mila confezioni del 2012, alle 189 mila del 2016; e quella della Norlevo, nota come “pillola del giorno dopo”, nel 2016 ha registrato un dato di vendita pari a 214,532 confezioni, in aumento rispetto al 2015 in cui registrava 161,888 confezioni distribuite.

Ma il calo degli aborti non riguarda solo le italiane. Anche le immigrate, che rappresentano circa un terzo delle interruzioni totali, ma il cui tasso di abortività è diminuito da qualche tempo. In ospedale poco tempo fa c’erano tante nigeriane, che improvvisamente sono scomparse, non sono più registrate. C’è da chiedersi se queste donne abbiano improvvisamente smesso di abortire o se magari siano andate altrove. Il sospetto è che il fenomeno ripieghi nel privato, fuorilegge, tra le mura domestiche. Oggi si usano strumenti che prima non c’erano: il web e i farmaci. Via internet si ricava qualsiasi informazione, comprese tutte quelle necessarie ad abortire. Si può sapere a chi rivolgersi per ottenere ricette e certificati, si può trovare un qualsiasi aiuto e ogni genere di istruzione, ci si può anche procurare i farmaci necessari ad abortire. Una procedura più rischiosa, oltreché illegale: ma rendere difficili gli aborti spinge anche in quella direzione. Si usa il Cytotec, ad esempio, un farmaco che una volta serviva per le ulcere gastriche. Così, in ospedale ci si finisce d’urgenza. Secondo i dati Istat del Ministero della Salute Pubblica sono tra i 12 e i 15 mila l’anno gli aborti illegali, più i 3-5 mila delle straniere. Quindi se la legge c’è, è evidente che presenta delle criticità. Criticità che portano ad affidarsi a strade fuori legge. Altro elemento di debolezza è la mancata informazione tra i giovanissimi. Il 90 per cento dei ragazzi interpellati in un sondaggio per L’Espresso, età compresa tra i 15 e i 18 anni, non è mai entrato in un consultorio; soltanto il 4 andrebbe lì a parlare di una eventuale gravidanza. Fotografia di un fallimento. I consultori sono stati una pietra angolare della 194, il primo contatto con le donne, il primo punto di riferimento, dall’educazione alla contraccezione al rilascio del certificato per abortire. Un ruolo mai davvero sviluppato. Nel 1980 c’erano 917 consultori – nessuno in Molise, quattro in Sicilia. In trentasei anni se ne sono aggiunti appena mille.

Concludendo, se dovessimo fare una sintesi….

Ci sono Paesi in cui la legge non c’è. Per questo si muore. In questi Paesi si sta recentemente portando avanti una battaglia, con esiti anche positivi, per l’ottenimento di tale diritto.

Ci sono Paesi, come l’Italia, in cui la legge c’è. Si muore comunque. In questi Paesi, di recente, stanno tornando alla ribalta campagne anti-abortiste o stanno diminuendo il numero dei non obiettori. Basti pensare ai recenti cartelloni pubblicitari esposti a Roma in occasione dell’anniversario della 194 che rappresentano l’immagine di feti enormi con la scritta “l’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo.”

Nei due paesi Cattolici per eccellenza si stanno verificando due situazioni antinomiche, opposte, direi quasi paradossali. E allora c’è da chiedersi: se la legge 194 difende e tutela la salute della donna, perché si va nella direzione opposta? Il principio di tutela e difesa della donna non può essere messo in discussione, perché se la 194 non ci fosse, non scomparirebbero gli aborti, ma aumenterebbero i casi in cui le donne si affiderebbero a rimedi fai da te, improvvisati o illegali, mettendo ulteriormente a rischio la loro vita. La risposta è semplice e complicata allo stesso tempo. È chiaro che la scelta di interruzione di gravidanza va a toccare una sfera delicata, intima, individuale perché le vite in gioco sono due. E in questo dibattito molti pongono l’attenzione sulla vita che deve ancora venire, e non su quella che c’è già. Perché si crede che la vita che deve ancora venire, inerme e indifesa, non abbia possibilità di scelta, quindi vada difesa più di tutte. C’è poi chi sostiene che entro la dodicesima settimana non si possa scientificamente parlare di vita, ma qui si entra in un campo ancora più complesso che non c’entra con la questione in merito. Il punto è un altro.

Da una parte c’è la singola persona e i ragionamenti sul giusto o sbagliato riguardano la sua scelta individuale, i dubbi con la sua morale, la sua storia più intima, complessa, involontaria…Su questa storia cade una decisione, che solo una donna può prendere. Su questa decisione, qualunque essa sia, dovrebbe cadere la sospensione del giudizio. Rispetto si, giudizio mai. Perché l’interruzione di gravidanza è per qualsiasi donna una storia di dolore. E sul dolore degli altri, il giudizio va sospeso, sempre.

Dall’altro lato invece c’è una Legge, una legge che è il riconoscimento di un diritto ottenuto con lotta e sacrificio. E la legge è lo strumento attraverso il quale lo Stato si prende cura dei suoi cittadini. Non siamo più di fronte alla scelta di un singolo individuo. Ma di una collettività. Una collettività fatta di donne a cui è stata data la possibilità di interrompere una gravidanza. E anche di fronte alle donne che hanno la possibilità di fare questa scelta, perché così dice la legge, il giudizio va sospeso. Non ci si deve più interrogare, puntare il dito, chiedere i motivi di una scelta che non è quella che avremmo fatto noi. Non siamo più in questa sfera, ma in quella del rispetto, della tutela e difesa di questa collettività. Ma se no lo capisce lo Stato, perché fatichiamo a capirlo noi cittadini?

«Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire»

(Pensiero attribuito a Voltaire)

Movimento Donne contro i Fascismi