Essere uomo oggi

Mi piace partire da loro. Sono sempre di più. I padri single, i padri separati. Li vedi tra le corsie di un supermercato che si affannano nella scelta del miglior pannolino od omogeneizzato per il proprio figlio, li vedi in attesa negli ambulatori pediatrici o sulle gradinate a fare il tifo a squarciagola per una partita di calcio, li vedi in coda ai colloqui con i professori…Sono i nuovi “mammi“, quelli che oltre a mandare avanti la baracca, ora devono cucinare, fare la spesa, fare la lavatrice, pulire la casa, portare i figli a scuola e tutto il resto.

Non che i padri di famiglia siano esonerati da questi compiti, ma è chiaro che nella gestione familiare le fatiche sono divise a metà, supportate dalla condivisione nella coppia. Fatiche che tra l’altro per i single aumentano, perché tra i padri soli ci sono anche quelli che un lavoro l’hanno perso o non riescono a trovarlo, in perenne lotta tra le ansie degli assegni di mantenimento e il nuovo affitto da pagare, così che alcuni ultra-quarantenni in certi casi sono costretti a tornare a vivere dai genitori.

Sono quei padri in cui si manifesta ancor di più una strana forma di tenerezza, forse per i sensi di colpa delle sofferenze che involontariamente causano ai loro figli. Una dolcezza che si percepisce, si intuisce, si intravede in gesti normali, quasi insignificanti, negli abbracci dati di sfuggita o in uno sguardo più luminoso del solito.

Un quadro, insomma, che quaranta o cinquanta anni fa non ci saremmo di certo aspettati nell’Italia del boom economico, nell’Italia patriarcale in cui l’uomo era la figura perno del nucleo familiare, che pensava molto al lato economico e un po’ meno a quello educativo e gestionale della casa, ruoli demandati alla donna, per lo più madre e casalinga.

Un uomo a cui veniva permesso tutto. E perdonato tutto. Ve la ricordate Franca Viola? Forse non tutti la conoscono.

Era il lontano 1965, quando questa ragazza di 17 anni viene rapita, segregata e violentata per 8 giorni di seguito da Filippo Melodia e i suoi complici. Episodio che all’epoca veniva sistemato con il famoso “matrimonio riparatore” tra chi aveva subito e commesso violenza, perché si riteneva che una ragazza non più vergine non potesse trovare marito. Franca Viola si ribellò a questo codice “dell’onore” e mandò a processo il proprio aguzzino. Scelta coraggiosa e rivoluzionaria che contribuì a cambiare la storia dei rapporti di genere in Italia. Che ha portato alla revisione del diritto di famiglia, che fino ad allora riconosceva un solo capofamiglia, il marito, a cui moglie e figli minorenni dovevano sottostare. Che ha portato a considerare nel 1996 la violenza sessuale non più un reato contro l’onore delle famiglie, ma come reato contro la persona. Un esempio, insomma, che ci mostra come fosse diverso l’essere uomo non molto tempo fa.

Ma ci sono anche loro. I padri assenti, gli uomini depressi, insicuri, che non tollerano l’abbandono della compagna, che la considerano come un oggetto di loro proprietà, di appropriazione indebita del loro corpo, che vivono il rapporto in modo simbiotico e malato, che sono ossessionati dalla gelosia, che vivono in un gretto e minuscolo microcosmo fatto di narcisismo, egocentrismo e ossessioni compulsive. Uomini disturbati, si direbbe. Perché arrivano a compiere gesti insulsi, come gettare l’acido sul volto della donna che dicono di amare, darle fuoco, accoltellarla, sgozzarla, spararle contro colpi di arma da fuoco. Gesti a cui il più delle volte segue un suicidio. Gesti che distruggono la vita di figli inermi, indifesi e improvvisamente resi orfani. O che addirittura vengono coinvolti direttamente in questa guerra, perché tra le vittime si contano anche loro. Uomini disturbati, abbiamo detto. Con problemi, senza dubbio. Ma sarà veramente così? Questa risposta non ci soddisfa più pienamente. Perché sono tanti, sempre di più. Si è perso il conto del numero delle donne uccise dal 2018. Troppe. E allora nell’uomo di oggi c’è anche questo, un uomo in crisi.

Il mondo della letteratura ci aveva abituato a vedere nella donna la figura della vendicativa, della folle che arriva a uccidere i figli per punire l’abbandono da parte del marito: basti pensare alla Medea di Euripide. Non solo.

Se facciamo un salto dal mondo antico al periodo della Controriforma, a metà ‘500, è l’uomo il confuso, il distratto, il disorientato al punto da smarrirsi, perdere la strada, errare. Errare nel duplice significato etimologico di vagabondare e sbagliare. Così accade agli eroi di Ariosto che si affannano ad inseguire l’oggetto irraggiungibile (“ecco il giudicio uman come spesso erra“), gli stessi eroi erranti che invece Tasso fa riportare sotto la guida di Goffredo, il protagonista de La Gerusalemme liberata.

Qui il caso si fa più interessante: l’eroe cristiano è distratto dal suo obiettivo prioritario, ovvero la liberazione del Santo Sepolcro, non da una semplice donna, ma una donna musulmana. E per di più una donna che non si era mai vista prima, perché fa quello che di solito fanno gli uomini: indossa le armi. “Ecco un guerrier” sono i versi che presentano Clorinda, una delle più belle guerriere della nostra letteratura, colei che si strappa la sua natura per essere altro da sé fino a sfiorare l’androginia, colei che incarna Diana, Dea della caccia, simbolo di autonomia e indipendenza, simbolo di una donna che vuole prendere decisioni e far sentire il suo peso nella società civile, una donna che non vuole essere più Venere, Dea della famiglia, del matrimonio e della fertilità. Come se la donna incarnasse quella Distrazione che impedisce agli uomini di mantenere salda la Disciplina necessaria per portare a compimento il loro disegno, ovvero la costruzione di una società civile. Ma Tasso non si rivela solo un grande anticipatore e indagatore degli aspetti dell’identità femminile in evoluzione. Mette in evidenza un lato debole della figura maschile: il guerriero cristiano, distratto dalla donna guerriera, erra e perde la via, si smarrisce fino a quando l’eroe Goffredo non lo riconduce a sé.

L’identità maschile inizia a frantumarsi e a perdere la sua forma in modo più forte dalla metà dell’ ‘800 fino a tutto il ‘900.

Si passa così dall’eroe mitico, forte, semidivino, irraggiungibile, inattaccabile, di cui è emblema più significativo Enea mentre scappa da Troia in fiamme con il padre Anchise sulle spalle e il figlioletto Ascanio in braccio, immagine dell’uomo maturo e invincibile, fino ad arrivare alle ceneri dell’eroe. Si susseguono uno dietro l’altro il suicida di Alfieri e Foscolo, gli umili di Manzoni, i vinti di Verga, l’inetto di Svevo, cioè l’uomo debole, annoiato, incapace a vivere, il frantumato nella sua identità in Pascal di Pirandello, l’uomo macchina in Serafino Gubbio operatore sempre di Pirandello, l’uomo-nuvola ne Il codice di Perelà di Palazzeschi, l’uomo dimezzato o inesistente di Calvino, l’uomo cenere di Primo Levi…. E si potrebbero fare altri esempi. Insomma, sembrerebbero solo modelli letterari e immaginari racchiusi in un titolo statico e freddo, avulso…invece rappresentano bene la schizofrenia dell’uomo di questo ultimo secolo.

Tanto per tornare alla vita reale. Ma forse parlare di schizofrenia non è corretto. E addossare le colpe a una società figlia dell’individualismo, dell’egoismo, delle nuove tecnologie, della velocità del cambiamento dovuto alla globalizzazione non serve a molto.Così come imputare all’omicida l’etichetta di disturbato o malato di mente non aiuta a risolvere la questione. Perché, come dicevamo all’inizio, sono sempre di più.

Possibile siano tutti malati? E come si può arrivare a tanto? A uccidere la donna senza la quale poter vivere?

Oggi si valuta la questione tornando a ripensare l’educazione dei giovani maschi, sin da bambini. Bambini abituati da un sistema, dalla società e da un mondo adulto a vedersi come il più forte rispetto alla femminuccia. Basti osservare le pubblicità in cui i bambini sono protagonisti per capire quanto è vera questa affermazione. Ma è semplicistico ridurre le cause di certi fenomeni di violenza a una errata educazione nell’età infantile.

È vero però che, se arrovellarsi per indagare le cause del fenomeno non fa diminuire il numero dei morti, si può agire sulla prevenzione. Perché un potenziale stalker o uomo violento non lo diventa da un giorno all’altro. Dà segnali del suo disturbo. Segnali che vanno riconosciuti. Che dobbiamo imparare a riconoscere. È la nuova sfida a cui la collettività è chiamata, a partire dagli educatori, insegnanti, genitori e tutte le figure adulte di riferimento.

Il dott. Alessandro Suardi, consigliere regionale dell’ordine degli psicologi delle Marche, spiega per esempio che i bambini affetti dal disturbo DDAI (Disturbo da deficit di attenzione/iperattività), noto anche come ADHD dall’inglese Attention Deficit Hyperactivity Disorder, non solo soffrono di un disturbo di disattenzione e iperattività, ma soprattutto dell’incapacità di controllare gli impulsi a causa della mancanza di dopamina, che funge da regolatore nel cervello. È un disturbo evolutivo, che si eredita dalla nascita. Se il DDAI non è diagnosticato in tempo, il disturbo si aggrava e può diventare una patologia molto seria.

Il bambino iperattivo non riconosciuto da piccolo, per esempio, può accusare nel tempo un disturbo oppositivo provocatorio e antisociale. È colui che non riesce a regolare le emozioni e quindi le vive all’ennesima potenza, colui che non si innamora in modo normale, ma esagerato, che non riesce a tollerare la frustrazione e ciò produce una fortissima rabbia che poi si manifesta in modo internalizzante (verso di sé, tipico di chi è timido, ansioso, vergognoso, fino a divenire depresso) o esternalizzante (verso la ragazza, verso cui non regola ansia e gelosia e ha atteggiamenti oppositivi e provocatori quali stalking, lesioni e omicidio). Insomma, sembra l’identikit del nostro uomo killer protagonista dei numerosi femminicidi che si leggono sulle prime pagine dei giornali. Il problema è che non si riconoscono, sono persone apparentemente normali che si presentano come grandi seduttori capaci di indurre alla gelosia.

È certo che anche questo tentativo di spiegare le cause del femminicidio non può essere esaustivo. Qualunque tasto si tocchi, il sistema fa una falla. Rappresenta solo una sfumatura, lieve, di ciò che può essere l’uomo oggi. Purtroppo è anche questo. Non dimentichiamo però, che se di crisi dell’uomo si può parlare, in quanto disorientato di fronte alla velocità dell’evoluzione dell’identità femminile sempre più emancipata, l’uomo ha tutto il diritto di mostrarsi per quello che è. Far cadere le etichette che gli hanno affibbiato fin dall’antichità sarebbe un atto di verità. La paura di mostrarsi nella sua sensibilità, nella sua dolcezza, nella sua tenerezza ha fatto vincere da sempre l’altra faccia della medaglia: quella della forza, della virilità, della potenza.

Mostrare entrambe la facce non sarebbe un atto di coraggio. Solo di verità. Perché l’uomo non può nascondersi per quello che è. Per la sua natura. Pura e bella, e perché no, naturalmente sensibile o forte, nella stessa misura di quella femminile. Un meraviglioso connubio di intelligenza emotiva e non solo … che inizia a prendere identità.