Fatima siamo noi

Riflessioni a caldo

Le parole hanno un peso, sempre. Nella vicenda di Fatima ne hanno avuto molto. Fatima, 40 anni, 2 figli, senegalese, da 15 anni in Italia.Purtroppo non possiamo assumerla perché il colore della pelle è un ostacolo per alcuni ospiti della casa“: parole pesanti, forti, non ponderate che hanno preso una strada, hanno determinato una scelta, reciso un’opportunità, un’occasione di incontro, uno scambio lavorativo.

Gli ospiti della casa sono gli anziani della casa di riposo Opera pia Mastai Ferretti di Senigallia e la frase appena citata è stata la motivazione data dalla coordinatrice della cooperativa per troncare una possibilità di assunzione per Fatima. La vicenda è nota. Le giustificazioni del Presidente della Fondazione Vichi e del responsabile della cooperativa Fabbri, che ha in gestione la struttura, ovvero di proteggerla da un luogo di lavoro potenzialmente ostile, sono parole che perdono l’impianto della realtà.

Proteggere dagli insulti una donna che probabilmente ha già subito una serie di violenze ed umiliazioni in Italia?

Così come tutelare quegli ospiti. Proteggere, salvaguardare, tutelare. Come? Eliminando il problema, annullando la questione, allontanandoti dalla struttura.

Con questo non si vuole muovere nessuna accusa di razzismo verso la struttura in sé, che è una realtà ben nota per il suo operato nel tessuto senigalliese e che ha il suo interno numerosi stranieri che lavorano per la struttura. Ma di superficialità si.

Enorme superficialità. Perché le parole producono realtà. E quelle addotte per gestire la vicenda di Fatima non sono piaciute. A nessuno piacerebbero. Il solo dire “per il colore della pelle non possiamo…” è un atto di discriminazione, è un non trattarti come gli altri, è un non darti le stesse opportunità, un escluderti pur dimostrando la tua professionalità e il tuo valore.

Il colore della pelle. Quanti errori nell’uso della lingua. Parole che fanno male, che tolgono il rispetto dell’essere umano. Quanti retaggi di non inclusione nel nostro vocabolario. Un vocabolario che è eredità di un popolo che appartiene a quel pezzo di mondo che ha dominato con la sua forza altri popoli. Se facessimo parte dell’altro pezzo di mondo, quello vessato, ingiuriato, massacrato, depauperato, non useremmo lo stesso vocabolario!

Ma il fatto sussiste! è grave e va denunciato. Il paradosso è che Fatima non si è sentita ferita dai commenti degli ospiti, che tra l’altro non ha mai sentito arrivare direttamente alle sue orecchie, cioè da quelle stesse battute che sono ciò da cui doveva essere protetta e per cui è stata allontanata, ma si è sentita indignata per le parole di chi avrebbe dovuto tutelarla dagli quegli stessi commenti. A volte l’eccesso di ‘presunta’ protezione, così come l’hanno chiamata, è una fuga.

Fuga da un problema che non si sa gestire. Ma la questione sta a monte. Forse il problema è vivere come un problema la presenza di una persona diversa. E qui con le parole ci si incarta. La cattiva comunicazione c’è stata.

Allora ci si chiede. Se ci fosse stata una buona comunicazione, il fatto sarebbe sussistito? Cioè, se fosse stato fatto un lavoro di integrazione tra la neo assunta, gli operatori sociali, gli ospiti, l’amministrazione e tutti i componenti che vivono la realtà della casa di cura, probabilmente l’occasione ci sarebbe stata e io, come tanti in questi ultimi due giorni, non starei qui a scrivere in questo momento. Ma a mio avviso il problema sarebbe rimasto.

Fare un lavoro di integrazione significa che ci sono delle persone che si considerano su un piano, più alto, e che devono mettere in atto delle situazioni per portarti sul loro stesso piano. Siamo dentro i confini della disuguaglianza. In questo ragionamento manca una parola: normalità.

Se lavorare con una persona diversa da me fosse normale, non ci sarebbe bisogno di pensare, agire, chiedersi, interrogarsi, integrare…Ci si lascerebbe guidare tutti dalla stessa onda. Purtroppo nella nostra Italia manca la cultura della normalità nell’incontro con il diverso. Siamo indissolubilmente legati a un passato. Un passato di dominio che ci ha fatto perdere la leggerezza di viversi l’essere umano per quello che è. Non per altro.

Non vorrei più sentire la parola colore vicino a un uomo o a una donna. È una parola arida. Forse tra qualche generazione ci riusciremo. Ora non è ancora arrivato questo momento. Ma noi non possiamo rimanere in silenzio. E continuiamo a lottare la battaglia di Fatima. Che è la nostra battaglia. La battaglia di tutti.

di: Viola