Il silenzio, la cura e il razzismo

Questa mattina alla conferenza stampa indetta dall’Opera Pia presso la loro sede, si sono presentate testate giornalistiche locali e nazionali e anche Fatima, l’operatrice sanitaria che ha denunciato la mancata assunzione per motivi razziali.

Quando è entrata, dopo aver sentito parlare Vichi – presidente della fondazione Opera Pia Mastai Ferretti – e Fabbri – responsabile della cooperativa che ha in gestione la struttura – ha chiesto di poter dare la sua versione, ma le è stato risposto di no in quanto la conferenza era per i soli giornalisti. Anche a noi e ad altri cittadini è stato proibito di entrare. Alla faccia della volontà di fare chiarezza ed essere trasparenti!

La conferenza ha evidenziato una volontà a minimizzare il contenuto di quanto avvenuto, giustificandolo con problematiche di comprensione linguistica e di incomprensioni generali tra Fatima e la coordinatrice della cooperativa. Solo a conferenza finita e dopo varie sollecitazioni, si è riusciti a far ottenere a Fatima per giovedì prossimo, un incontro formale con la cooperativa.

Abbiamo poi intervistato Fatima e vista la sua disponibilità, abbiamo colto l’occasione per farci una lunga e interessante chiacchierata.

Fatima è una donna molto determinata a far emergere non tanto la sua storia nello specifico o ad infangare il nome delle strutture o cooperative che siano, ma la matrice culturale evidentemente razzista e xenofoba che ormai sembra farsi luogo comune a Senigallia come in tutta Italia.

Fatima è una donna consapevole e intelligente che ha avuto la possibilità e la volontà di crearsi una cultura, conseguire una laurea e sviluppare una coscienza. Per questo ribadisce con forza che la problematica per lei non è il commento di un signore ricoverato, perché da questo è immune in quanto ne ha già sentiti tanti nella sua vita e sa perfettamente che il lavoro di una persona si giudica in base alla sua professionalità e non in base al colore della pelle.

Fatima, infatti, afferma che il problema sta nella gestione dei fatti e nella legittimazione di questo razzismo di fondo che esiste nel contesto culturale odierno. Ha poi espresso la voglia di lottare non tanto per il suo posto di lavoro, ma per la sua dignità come donna e come essere umano. Riconoscendo che il nodo centrale del problema sta nel substrato culturale della popolazione di oggi a prescindere dal ruolo che ognuno può esercitare nei diversi contesti: quei razzismi latenti che entrano a far parte della nostra quotidianità e che quindi tendono ad essere normalizzati, accettati, sopportati.

La cooperativa, per altro, le aveva dato due giorni di prova gratuiti, ma nella realtà ha svolto quattro giorni di lavoro, ove gli ultimi due ovviamente non sono stati ancora pagati. Quando è stata convocata per comunicarle che c’erano stati commenti sul colore della sua pelle, non le è stato chiesto cosa pensasse rispetto a questo e le è stato solo detto che molto probabilmente sarebbe stata ricollocata in altra sede, poi più nulla. Infondo nulla di eccezionale in un Paese dove ormai non vi è più nessun legame tra lavoro dato e salario ricevuto e questo vale per chi è nero, bianco o a pallini.

La guerra tra poveri che sta montando ad arte non è tanto un problema di razzismo biologico, ma un problema di povertà – economica e culturale – che ha tra i vari e ricercati effetti la diffusione della xenofobia, perché più i penultimi bianchi se la prenderanno con gli ultimi neri e più nel lavoro saranno sfruttati entrambi.