In nome del decoro di Carmen Pisanello

Riflessioni a margine della presentazione

Partire dalle parole. Degrado e decoro. Sostantivi che definiscono la stato di salute di una città. Non sono parole a caso. Arrivano dal mondo militare, in cui sei “decorato” o “degradato” a seconda che ti comporti “bene o male.”

Di degrado riferito alla città, invece, si parla per la prima volta nel 2007, quando in Italia ha inizio “la stagione delle ordinanze“, riferite al pacchetto sicurezza, quando i sindaci riescono ad avere il potere di regolamentare lo spazio pubblico.

Un potere che prima non avevano. Necessario quando si iniziano a intravedere forme politiche di sicurezza auto-organizzate dai cittadini che pretendono di difendere in modo autonomo lo spazio urbano, a causa di un forte assenteismo dall’alto. Norme che non si riescono ad applicare.

Bisogna aspettare circa 10 anni per farlo. Bisogna aspettare il Decreto Minniti. E lo fa con una nuova parola. D.a.spo. Parola che la sua origine nel mondo dello sport. La parola D.a.spo sta per Divieto di Accedere alle manifestazioni sportive, ed è inizialmente una misura prevista dalla legge italiana al fine di contrastare il fenomeno della violenza negli stadi o palazzetti di qualunque disciplina sportiva.

La normativa introdotta in Italia per contrastare la violenza in occasione di manifestazioni sportive, nasce in particolare dopo l’episodio del 29 maggio 1985, quando durante la finale di coppa dei campioni tra Juventus e Liverpool, allo stadio Heysel di Bruxelles, la violenza degli hooligans inglesi causò la morte di 39 persone, tra cui 32 italiani. Questo episodio scosse l’opinione pubblica a livello europeo e condusse alla firma, e successiva ratifica, della Convenzione Europea conclusa a Strasburgo il 19 agosto 1985.

Il D.a.spo. diventa poi urbano. È una sanzione amministrativa prevista dal decreto-legge sulla sicurezza da poco varato dal Governo e in attesa di conversione da parte delle due Camere. A essere colpiti, nei giorni scorsi, dalle nuove misure anche alcuni writers spagnoli che avevano imbrattato qualche vagone della metropolitana milanese, ai quali è stato temporaneamente precluso di accedere a tutte le linee e le fermate della stessa. La nuova misura ha suscitato accese polemiche e, accanto a critiche di natura squisitamente politica, anche dubbi di legittimità costituzionale. Dice bene Roberto Saviano che su La Repubblica del 18 marzo scorso ha scritto “in Italia tutto è calcio e tifo, anche la politica.”

Ma cosa prevede esattamente questo D.a.spo? È un ordine di provvedimento “per chiunque ponga in essere condotte che impediscono la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze” e “in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ivi previsti” è soggetto, oltre che al pagamento di una somma da 100 a 300 euro, all’“allontanamento dal luogo in cui è stato commesso il fatto”.

Il medesimo provvedimento è disposto anche nei confronti di chi è colto in luogo pubblico o aperto al pubblico in stato di manifesta ubriachezza o compia atti contrari alla pubblica decenza. In parole povere, è un provvedimento di allontanamento o accesso alla città.

Ma in nome di che cosa?

In nome di un’altra parola, opposta a degrado: decoro. Decoro che non vuole lo spazio pubblico cittadino sporco, non vuole l’accattone che chiede l’elemosina o l’ambulante abusivo, irregolare o regolare.

E quindi chi va a colpire questo provvedimento?

Colpisce chi occupa lo spazio pubblico o per scelta, o perché non ha alternative. In questo ultimo caso parliamo di un soggetto in difficoltà economica (disoccupato, disagiato), la cui presenza su un suolo pubblico viene semanticamente associata al degrado urbano.

Questa associazione è fortemente pericolosa perché la parola è molto performante. Se infatti bollo con la parola degrado allo stesso modo sia la persona per strada sia l’immondizia sui marciapiedi, ne deriva che la persona stessa venga associata alla spazzatura. La persona viene disumanizzata.

Tanto più grave se il processo di disumanizzazione arriva a incanalarsi in un vortice che colpisce un gruppo di individui, fino a tacciarle come i diversi, coloro che vivono ai margini. Per questo gli esperti parlano di retorica razzista. Questo uso deviante della parola è tanto più pericoloso se arriva sulle montagne russe dei social network, che funzionano come un amplificatore dell’allarme sociale.

Il funzionamento delle reti sociali è basato infatti sul like, ovvero la condivisione del consenso, o il non like, che al contrario esprime il disgusto. È uno schieramento. O stai da una parte o dall’altra. In questo senso, il Decreto Minniti, risponde al principio latino del Divide et impera!, ovvero dividi e comanda, che sfrutta le divisioni all’interno della società e soprattutto il desiderio dell’uomo di far parte della società “accettabile”. Non è un caso che uno dei temi su cui si gioca il consenso politico sia proprio la sicurezza.

Loïc Wacquant, un criminologo francese, che evidenzia le differenze tra il sistema americano ed europeo, sostiene che in America il consenso politico si ottenga proprio attraverso il cosìddetto “tough crime”. Quindi le soggettività più disagiate, più deboli, in parole povere, quelle che non sono più assorbibili dal capitale economico, vengono allontanate dalla vista!

Già in America questo fenomeno della cosiddetta “gentrificazione” ha assunto dei risvolti allarmanti, poiché a fianco della city, cuore della finanza e del lusso, vi sono le slums di periferia, dove vengono relegate le figure della società meno “gradevoli da vedere”. Quindi collocate lontano dal centro. In un luogo altro, un non luogo, asfittico, privo di anima e vita. Così nel Decreto Minniti si legge chiaramente che “l’accattone” non deve comparire nello spazio turistico. Si va insomma nella direzione americana.

Attenzione.

Lo spazio turistico. Non un luogo a caso. Un luogo che porta soldi, che fa girare l’economia. Si insinua appunto un intreccio inquietante tra pulizia da “sporcizia umana” e luogo che produce capitale, ricchezza. Intreccio davvero pericoloso. In questo intreccio inoltre non vi è una linea comune. Perché sono i sindaci a scegliere le aree urbane colpite dal D.a.spo.

Prendiamo il primo caso che abbiamo citato, ovvero chi occupa lo spazio pubblico per scelta. Per esempio gli studenti. E vediamo il comportamento di due sindaci in due città diverse: Pisa e Bologna.

A Pisa, Piazza Vettovaglie, luogo di ritrovo di giovani e studenti, dà alla città un buon introito economico, e quindi non rientra nei luoghi colpiti dal provvedimento di sicurezza pubblica.

A Bologna, lo stesso luogo di ritrovo giovanile, le vie centrali della città, lo sono. Qui lo studente che per esempio imbratta i muri è perseguitato. Perché? Perché di recente la presenza di turisti inglesi ha prodotto una conversione economica. Pertanto, affittare una casa del centro storico al ricco straniero anche solo per una settimana è molto più redditizio che riscuotere la quota mensile dello studente universitario.

È evidente che il provvedimento del D.a.spo. è influenzato dalla presenza del capitale: si risponde a un’unica ideologia. Quella del mercato. Eppure ci dicono che il decreto sicurezza è fatto in nome del decoro. Un decoro che, a detta della legge, si associa all’idea di bene comune. Se invece ci caliamo nella realtà e prendiamo i fatti, come quelli appena citati, la prospettiva cambia.

Decoro e bene comune diventano parole antinomiche, ovvero opposte. In apparenza però sono belle parole. In apparenza, dico. Sembra di ritornare a un’ideologia estetica che non ha nulla a che vedere con l’idea del bello. E del vero. È la stessa ideologia del bello, del puro, del perfetto…promulgata dal mondo fascista. Che usa una retorica che si basa su questa contrapposizione.

Da una parte il like, allora entri nel gruppo “eletto”. Dall’altra parte il non like, il disgusto, allora esci dal gruppo degli umani e vai allontanato, dove non ti si può vedere, o vai eliminato. Decoro in nome di uniformità. Riduzione a uno. Cancellazione della diversità. Appiattimento delle menti. Elogio della finzione e perfezione.

Ma scusate, è qui che abita l’uomo? L’individuo? La persona? Forse se ne scorge una pallida parvenza. Da lontano. Andiamola a cercare. E ritroviamola.

In nome del decoro” di Carmen Pisanello, Ombre corte ed. 2017


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