Essere donna oggi: “piccoli mali” e altri rimedi

Zeus perché hai messo dunque fra gli uomini un ambiguo malanno portando le donne alla luce del sole?
(Euripide, Hipp. vv.616-617)

È stato solo per amore che l’ho uccisa, e mentre il sangue le usciva dalla gola non mi sembrava neanche lei. Sembrava un’altra. Una lontana che non potevo avere, che non avrei avuto mai. E con quegli occhi spalancati mi guardava fisso e non diceva una parola. Si prese il collo tra le mani, ma lo stesso il sangue usciva forte e non poteva farci niente, e io nemmeno potevo farci niente, e la mano col coltello me la sentivo più pesante. (…)
Avevo lei, e invece d’esser felice tremavo per la paura di restare solo. Mi guardavo sempre intorno, in ogni momento, e li vedevo che la guardavano, gli altri, li vedevo, ma mi dicevo che loro potevano solo guardare, perché lei era mia. Niente da fare, mi dicevo, questa donna è mia e non la lascio più.
(Antonio Ferrara, Mia)

(L’anima…)
“sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
mentre il corpo c’e, e c’e, e c’e
e non trova riparo”.
(Wisława Szymborska, Torture )

Tre spunti di riflessione: un ambiguo malanno, il possesso, il corpo.

Che siano bellissime pagine di letteratura antica o contemporanea, il nocciolo della questione rimane immutato: donna è un essere inferiore nel I sec. a.C., è violazione del suo corpo quando se ne perde il possesso oggi. La realtà che ha preso le sembianze di un dipinto dalle tinte fosche si traduce in una trama fitta di abusi e soprusi sul corpo femminile, sacrificato sull’altare della pornografia e della prostituzione, del piacere violento, della perfezione pubblicitaria, delle imposizioni di culture maschiliste di disparità fra i sessi, dell’ irrazionalità di riti religiosi, come l’infibulazione o i riti voodoo di alcuni paesi dell’Africa, che rendono vacue le nostre membra. Eppure, questo elenco non ci pare reale.

Sembra un film surreale che non può essere vero e rimane nelle nostre menti come una parvenza spettrale che ci lascia per qualche attimo storditi o scossi quando scorriamo sul display del nostro cellulare o sullo schermo della Tv le notizie dell’ennesimo femminicidio per mano dell’ex compagno, della minorenne rimasta incinta in famiglia, della prostituta uccisa…

Qualche secondo di stordimento. Poi nulla più. La vita, quella vera, ci appare un involucro protetto e impermeabile alla spazzatura emotiva sentita pochi minuti prima e ci convinciamo che quelle storie non ci riguardano, fanno parte di altro, dei racconti di cronaca nera. Non di noi. Eppure non è cosi. Nella vita quotidiana dell’80% delle donne possiamo trovare almeno un episodio di violenza, anche solo verbale, ma pur sempre violenza, che passa in silenzio.

Che sia un semplice commento o un appellativo fuori luogo che può uscire dalla bocca di qualche collega, o medico che ti sta visitando, o qualsiasi sconosciuto che incontri per strada, è una cosa normale. Che accettiamo. Per abitudine. Perché così ci hanno educato, o meglio, questo ci hanno inculcato, sin da piccoli. La fatica di uscire dagli schemi rigidi di una società patriarcale che vuole una donna servizievole, accomodante, lavoratrice, sottomessa, ubbidiente, moglie, madre, casalinga, cuoca, domestica, amante…è ardua. Soprattutto perché questa società la vuole silenziosa.

E anche questa non è una novità. Sempre nella cultura romana, se si fosse dovuto scegliere quale dei comportamenti comunicativi fosse apprezzato di più, il parlare poco o il parlare molto, non si avrebbero avuto dubbi. Il pericolo da combattere è sempre stato il parlare troppo, dire cose che non bisogna dire. La regola è che nessuno parli. E se parli, vai punita.

Così, per rimanere nel mondo del mito, accadde alla povera Eco, che viene punita da Era, moglie di Zeus, togliendole la possibilità di pronunciare la parte terminale delle parole perché con la sua chiacchiera la intratteneva, per distrarla dalle scappatelle del marito con le sue amanti. Inoltre Tacita Muta, divinità del Silenzio, non a caso è presa a simbolo dei molti doveri che gravavano sulle donne nei primi secoli di Roma: tra questi prioritario era quello di non dimenticare che la parola era prerogativa maschile.

È infatti significativo che, dopo la fine delle istituzioni di Augusto, si segnalino i mutamenti della condizione femminile a partire dalla libertà di parola, della quale le donne si trovarono a godere. In alcuni casi le donne giunsero a comporre orazioni e a pronunziarle nei tribunali e in casi ancor più eccezionali a scrivere: è il periodo della cosiddetta “emancipazione“, un periodo di sviluppo e autonomia culturale conquistato nel I sec. d.C., inconcepibile nella Roma dei secoli precedenti.

E questa è storia. Certo se arriviamo a oggi, sembra che di strada in fatto di diritti ne abbiano fatta le donne. Dico sembra. Perché nulla è scontato. Perché in un paese democratico, in cui il diritto di libertà di parola dovrebbe essere assodato, spuntano poi casi di donne, che hanno il coraggio di rompere il silenzio e denunciano abusi a sfondo sessuale, ma che non vengono credute. Perché non sono donne comuni. Ma note. Come Asia Argento.

E allora l’episodio viene visto come una montatura mediatica per far parlare di sé e accrescere la popolarità di un personaggio. L’episodio viene incanalato in un vortice di comportamenti moralmente discutibili o escamotage di alcune “donnette da spettacolo” per ottenere una carriera facile e redditizia.

L’episodio scatena un putiferio, in cui si mescolano in un pentolone di invidia e cattiveria pregiudizi e accuse ingiuste che arrivano, oltre che dagli uomini, dalle stesse donne. Perché è normale. Ci hanno fatto credere che è normale. E che lo fanno tutte.

Se vuoi arrivare in certi ambienti, devi concederti. Funziona cosi. E se in certi ambienti vieni molestata, non vieni creduta. Perché te la sei cercata. È colpa tua. Ma nessuno si chiede mai dove dimori il dolore per una violenza subita. Perché il dolore resta. Vive in un angolo profondo del tuo animo, e ti tormenta. Anche a distanza di tempo torna, e torna in modo più forte quando decidi di denunciare.

E nessuno te lo toglie, questo dolore.

Che tu sia la figlia di un personaggio famoso, o di un noto politico o l’ultima delle arrivate. Perché a nessuna donna piace vendere il proprio corpo come merce in cambio di qualcosa. A nessuna. Ma non è un problema che riguarda solo il mondo dello spettacolo. Spostiamoci nella vita comune, nella vita della tua vicina di casa, per esempio. Il problema resta.

Lo sa bene Antonietta Gargiuolo, che pur avendo denunciato più e più volte le violenze del marito, si è vista la mattina del 28 febbraio togliere a pochi metri del suo corpo agonizzante, la vita delle figlie dal compagno suicida.

La vicenda di quel maledetto mercoledì, accaduta a Velletri per mano di un appuntato dei carabinieri, è nota a tutti. Così come Immacolata Villani, 31 anni, uccisa dal marito il 19 marzo davanti alla scuola della figlia. È accaduto nel napoletano. E anche lei aveva denunciato. E allora se la donna non parla, continua a essere massacrata di botte tra le pareti domestiche. Ed è molto più frequente di quello che immaginiamo.

Lo si legge, ahimè, anche nei temi delle ragazzine adolescenti. Ma tutto tace, nessuno sa, o si finge di non sapere. Se la donna parla nel mondo dello spettacolo, non viene creduta perché lo fa solo per convenienza, per un tornaconto personale. Se denuncia una donna comune, e trova il coraggio per farlo, cosa affatto scontata, muore comunque. È evidente che qualcosa nel sistema non funziona.

Il sistema. Ce lo racconta la dott.ssa Pina Ferraro Fazio, Consigliera di parità della Provincia di Ancona, assistente sociale alla questura di Catania ed esperta in politiche di contrasto alla violenza di genere e in conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. È dal 1999 che si occupa di parità di genere. E in questi anni ha sentito innumerevoli storie di donne. Pina Ferraro racconta, in un recente incontro tenuto proprio a Senigallia, come il processo in vigore oggi sia anti-diritto di famiglia.

È esemplificativo il modo in cui viene svolto l’interrogatorio, in cui il giudice si spazientisce davanti a una donna vittima di violenza, donna che viene preparata da un equipe di esperti per affrontare l’interrogatorio, consapevole che andrà a raccontare una minima parte di quello che ha dovuto subire perché il tutto è filtrato dalla vergogna.

Eppure lo strumento per stemperare questo maschilismo esacerbante, che permea anche il mondo della giustizia, c’è. Si chiama Convenzione di Instanbul. La convenzione è stata adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 ed è stata firmata finora da 32 stati, tra cui l’Italia, che ha approvato all’unanimità la ratifica della convenzione in data 28 maggio 2013 e sempre all’unanimità ha convertito il testo in legge il 19 giugno 2013.

La Convenzione di Istanbul è “il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza“, (Convenzione del Consiglio d’Europa) ed è incentrata sulla prevenzione della violenza domestica, sulla protezione delle vittime e la persecuzione dei trasgressori. Essa caratterizza la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione (Art. 3 lett. a). I paesi dovrebbero esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli (art. 5).

Dopo aver letto queste righe di carattere giuridico, uno dovrebbe stare più tranquillo e sentirsi in una botte di ferro. La legge c’è. Invece no. Questa tranquillità non c’è. Perché la legge non viene applicata. Politica assente o comunque poco efficiente. E non è la prima volta. Ma qualcosa di concreto può fare, come allungare i tempi entro cui denunciare una violenza. Oggi sono solo sei mesi, ma se una donna trova il coraggio, scaduto quel termine? chi la protegge? Ai posteri l’ardua sentenza.

Ma il problema non è solo un modus operandi, cioè avere una legge e non applicarla.

Il problema è soprattutto un modus putandi, ovvero bisogna cambiare qualcosa a monte, non a valle, nella mentalità, nei condizionamenti di una società che ha educato le bambine, fin da piccole, a credere che la loro massima aspirazione fosse la maternità. Una società dicotomica tuttavia, divisa in due, perché se negli ultimi 50 anni si è battuta per il divorzio, l’aborto, per lo Statuto dei Lavoratori, il libero accesso all’Università, ecc…dall’altro lato ha accettato la diffusione di immagini come questa.

Siamo nel 1972. È l’inizio dell’insorgere della società capitalistica e del consumismo. Qui il linguaggio religioso viene rovesciato a fini commerciali. Una pubblicità che suscita scandalo. Lo stesso Pasolini scriverà un articolo di critica dissacrante. Su una pubblicità che vuole trasmettere un messaggio molto semplice: il corpo della donna è un oggetto, una merce di scambio. Ma noi, come abbiamo potuto accettare tutto questo? Come?

Nonostante le conquiste e i cambiamenti epocali che si sono verificati con i movimenti femministi del ’68 (basti pensare alla riforma del codice di famiglia nel 1975 e all’abolizione del delitto d’onore – ahimè questo solo nel 1981!), ancora oggi ci ritroviamo a fare i conti con una società che non premia la meritocrazia, ma il maschio, che emerge a discapito di figure femminili più meritevoli. Ancora troppo poche sono le donne in Parlamento, ancora troppe le donne che subiscono discriminazione sul posto di lavoro e si potrebbe incrementare all’infinito l’elenco degli esempi. Ne cito uno molto esemplificativo. La donna atleta è esclusa dal professionismo sportivo. Oggi le atlete italiane, che fanno dello sport il loro «lavoro», sono costrette a gareggiare da dilettanti, senza eccezioni, perché nessuna federazione permette loro di accedere all’attività professionistica. C’è una legge per questo. Anticostituzionale.

Insomma, viviamo in una società in perenne mutamento e forte evoluzione, ma nonostante gli sforzi che si stanno facendo nella direzione dell’uguaglianza dei diritti, le disparità perdurano.

Eppure non c’è solo il mondo descritto nelle righe di questo articolo. La realtà è anche altro. Fatta di storie reali. Che raccontano di donne in carriera, lavoratrici appagate o insoddisfatte, disoccupate in cerca di lavoro, giovani menti brillanti, universitarie o ricercatrici, atlete, artiste, madri che hanno figli più o meno sereni, più o meno malati, o che perdono un figlio, donne che un figlio vorrebbero averlo, ma non possono e donne che un figlio lo hanno per caso. E poi ci sono le donne omosessuali, bisessuali, emarginate, le donne sole perché un compagno non lo hanno più o le separate. E si potrebbe andare avanti…

Insomma nell’essere donna oggi si annida tanta fatica. Una fatica che andrebbe supportata, sostenuta, alleggerita dalle istituzioni del nostro oggi. Ma essere donna non è solo fatica. Essere donna è indossare un universo articolato, complesso e multiforme, ma carico di forza ed energia, senza il quale non ci sarebbero sette miliardi di persone su questo pianeta. Rispettiamola.