On the road

L’inferno marchigiano nei racconti delle prostitute nigeriane in un documentario di Piers Sanderson.

Verità. L’uomo da sempre cerca la verità. Quale, non si sa. Verità apparenti, inutili, velate, crude, scomode, ma pur sempre verità. L’uomo ne ha bisogno. Ne ha bisogno per riempire la sua domanda di senso, per placare l’affannosa ricerca di qualcosa che è introvabile. Perché la verità vera è introvabile. Eppure, quando troviamo verità brutali e crude, le ignoriamo. Fingiamo di non vederle. Guardiamo e passiamo. Non per malvagità. Per difesa, difesa da un qualcosa che un nascosto angolo del nostro cervello decifra come pericoloso, ignoto, buio, anormale, estraneo al nostro mondo e pertanto pauroso. E l’uomo fugge dalla paura. Sempre.

Andare oltre è quello che facciamo quando le vediamo sulla strada. Loro. Le prostitute nigeriane. Donne giovani. O forse meglio dire bimbe o ragazzine in corpi di donna. Poiché l’ètà si è sempre più abbassata. Arrivano nei centri di accoglienza italiani per sparire misteriosamente. Sparire per poi riapparire ai bordi delle strade, dove sono costrette a offrire prestazioni per pochi euro su vecchi materassi.

Camminano mezze nude, restano in equilibrio per ore su alti tacchi, respirano diossina. Perché quando la plastica brucia, l’aria è tossica. E l’unico calore che le scalda ha il sapore del veleno. Non c’è calore umano in queste strade. In nessun momento. Si lavora sempre, di giorno e di notte.

Non ci sono influenze, malattie, diluvi, tempeste, nevi, postumi da gravidanze interrotte che tengano. Non un lavoro normale. Un lavoro che ti chiede di vendere il tuo corpo. Un corpo venduto per una manciata di euro. Per pagare un debito. Un debito inestinguibile, infinito, sempre in aumento. Si inizia con 25-30.000€, ma si arriva anche a 50.000€ se qualcosa non funziona. Non si finisce mai. Non si vede mai la fine. La loro non è vita. Questa è la cosa difficile. Avere a che fare con esseri umani che non sono trattati da esseri umani. Lo sfruttamento a cui sono sottoposte è anormale.

Ma noi, che le guardiamo e passiamo, abbiamo un unico modo per accettare l’anormalità. Farla diventare normalità.

Perché il nostro cervello ha anche questa ‘capacità’, di trasformare una realtà indecifrabile per la sua atrocità in un qualcosa di più accettabile, a impatto sostenibile con le nostre emozioni – che non possono essere più di tanto turbate – in un qualcosa di ovattato da un cuscinetto ammortizzatore fatto di stereotipi, pregiudizi, frasi fatte. E quindi nell’ immaginario collettivo releghiamo nella nostra mente in confini ben precisi loro, le lucciole della notte, le schiave del sesso, a cui ‘poverine’ è capitato proprio un brutto destino, ma…ma “loro sono abituate a una certa vita, ce l’hanno nel sangue, lo fanno per disperazione!”.

Sono queste le false verità che costruiamo nella nostra testa per mettere a tacere un senso di ingiustizia incapace di lasciarci la coscienza in pace. Una piaga che sì, la si accetta malvolentieri, ma comunque la si accetta perché c’è sempre stata!

Eppure la storia ci insegna che ciò che è sempre accaduto, a un certo punto può smettere di accadere.

Così è stato in Italia per la tortura, la pena di morte, lo sfruttamento dei bambini nel mondo del lavoro. Per togliere una ragazza dalla strada nessuna mobilitazione di piazza, nessuna lotta sociale, nessun interesse della politica. Per salvare il corpo di ragazzine inermi dall’umiliazione e violazione della loro intimità, niente di niente. Perché? Di certo la questione della prostituzione rientra nelle verità scomode. Ma se ci sciacquassimo la bocca con un po’ di quel dolore, smetteremmo di parlare. Se indossassimo un po’ delle loro vite, smetteremmo di vestirci. Se ci chiedessimo quale nome si nasconde dietro a quel volto ferito o quale dolore si intravede dietro a certi occhi, la prospettiva cambierebbe.

Perché si avrebbe a che fare con persone umane, non prostitute. Difficile farlo? Difficile, ma non impossibile. Qualcuno ci è riuscito. Lui si chiama Piers Sanderson. E quando penso alla sua storia, mi salta subito alla mente una bellissima pagina di letteratura. Nelle battute finali del Candido di Voltaire, dopo una successione assurda di eventi, diventa più acuta nel protagonista la domanda di senso sulla propria esistenza. “Che fare allora?

La risposta più convincente arriva dal contadino turco che invita tutti a “coltivare il proprio orto“. Un invito all’azione.

Azione. Azione come agire per cominciare a pensare in modo diverso. Ci riesce un uomo, londinese, senigalliese di adozione, regista, che trasforma la sua professione in una causa etica. Girare documentari per conoscere la realtà, inoltrarsi in luoghi improbabili, ascoltare storie sepolte, marginali, o raccontate sottovoce per la paura che si portano dentro.

E poi un’ occasione: la lettura di un articolo, una scoperta sconcertante, una molla che scatta dentro, un quotidiano on line che ti offre un’opportunità. Non uno a caso. Il The Guardian, uno dei più prestigiosi quotidiani al mondo. E il pensiero diventa realtà.

Il quotidiano mostra interesse per un fenomeno diffuso non in zone lontane, surreali o immaginarie, ma a pochi chilometri dalle nostre case sicure, al confine tra Marche e Abruzzo, dove scorre la Strada della Bonifica, meglio conosciuta come “Strada dell’Amore” per l’elevato numero di prostitute nigeriane. Da un lato la spiaggia, dove d’estate i bagnanti passano tranquille ore da vacanzieri sotto il sole, dall’altro lato, proprio a pochi passi, vi si insediano numerose fabbriche e industrie.

Ed è proprio in quelle zone che l’associazione Onlus On the road, da cui trae nome il documentario, concentra le sue forze per contrastare un racket e un giro di sfruttamento e violenza ormai sempre più diffuso. Realtà presente sul territorio dal 1990 e che testimonia il lungo percorso che porta le ragazze sfruttate nel mercato del sesso a essere da vittime a cittadine. Attività che è parte del progetto Asimmetrie di Marche Abruzzo e Molise finanziati dal Ministero per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri nell’ambito del Programma unico di emersione, assistenza e integrazione delle vittime di tratta e sfruttamento. Più di 400 ragazze sono state tolte dalla strada dall’estenuante lavoro dei volontari dell’associazione On the road. Nel 2014 le autorità italiane hanno investigato su 2897 sospetti trafficanti, la Corte d’assise ne ha condannati 169. Numeri che infondono speranza. Altri numeri invece sono allarmanti. Come questi. Nel 2016 sono arrivate in Italia dalla Nigeria 11.089 persone. Di queste l’80% era destinato alla prostituzione! L’ 80%! Perché arrivano proprio dalla Nigeria? Per capirlo bisogna fare un salto indietro nel tempo. Negli anni ’80. Quando tutto ebbe inizio.

Una promessa. Un desiderio. Desiderio di migliorarsi, di migliorare la propria vita e quella dei propri familiari.

L’inizio di un viaggio. Il viaggio della speranza. Ma che di speranza non ha nulla. Si lascia un paese. Non un paese povero, come spesso si è soliti pensare.

La Nigeria è il paese più popoloso e più ricco del continente africano. La sua economia si colloca al 26° posto mondiale per il PIL.

In un articolo del Corriere della Sera del 2014 si legge proprio che le sue ricchezze hanno superato quelle dell’Africa del Sud. Crescita recente, dunque. Ma tali ricchezze non sono distribuite equamente. E la disparità sociale è sempre più in aumento, la situazione è peggiorata dopo la guerra civile nel 1967 per la secessione del Biafra. I soldi finiscono nelle tasche degli agenti governativi e il divario tra ricchi e poveri è in crescita. Ci sono uomini in Europa che intuiscono la possibilità di fare soldi facili per vie illecite; per farlo si sfrutta la povertà come trampolino di lancio.

Tutto ha inizio in Upper Sakpoba road, uno dei quartieri più disagiati di Benin city, capitale dello Stato di Edo, nel sud della Nigeria. Qui le ragazze si prostituiscono per meno di due dollari a cliente. Qui vengono intercettate le famiglie bisognose da uomini della rete che si affidano ad amici, conoscenti per avvicinare i parenti della vittima; famiglie a cui è andato storto qualcosa, un’attività economica in crisi, un genitore scomparso improvvisamente…

All’inizio il livello sociale non era così basso come quello attuale (oggi le ragazze provengono dalle zone rurali di tutto l’Edo State e il Delta State e in alcuni casi arrivano che non sanno scrivere neanche il proprio nome). Ce lo racconta Iyamu Kennedy nella sua bellissima testimonianza “Lucciole nere” (Kaos edizioni), una raccolta di storie delle prime partenze per Torino, meta prescelta per l’Italia.

Sono storie di persone normali, proprio come noi, giovani con i loro progetti per il futuro, come quella di Isoken, che sogna di diventare vigile urbano, Mea avvocato, Linda scrittrice, Rosaline insegnante che prima di partire vince un concorso in farmacia. E qui sta l’inganno. Inganno diventano la promessa di realizzare il proprio sogno, di ottenere un lavoro come baby sitter, donna di compagnia, cameriera, ecc.. e la possibilità di mantenere la propria famiglia nel paese d’origine. Spese di viaggio coperte, documenti falsi e si mette in moto la macchina; l’arrivo in Italia, la scoperta di una realtà diversa, l’impossibilità di ribellarsi per le minacce subite.

Le donne raccontano di lavori ben retribuiti e quello che fanno realmente rimane un segreto. Per paura o per vergogna. Il giro prende piede al punto che in Nigeria i sacerdoti nelle prediche pentacostali esaltano i vantaggi delle migrazioni e nel nostro Paese la prostituzione nigeriana va a sostituire quella delle prostitute tossicodipendenti italiane per via dell’aids. Corpi in vendita. Uomini che comprano. Il giro si allarga e a metà degli anni ’90 la rete si consolida, entra in gioco la figura della Madame, un’ ex prostituta che, ripagato il debito, decide di entrare nel giro di affari e diventa essa stessa tenutaria, affiancata da gente con ruoli sempre più specializzati (i reclutatori, i trafficanti che si occupano del viaggio, i falsari di documenti, ecc…). Una rete capillare insomma.

Cosa è cambiato rispetto agli anni ’80? La situazione di povertà delle ragazze di partenza è peggiorata; le ragazze sono consapevoli che andranno a fare le prostitute, ma accettano comunque, perché convinte dalla famiglia a sacrificarsi per un breve periodo per poi fare una vita normale e permettere ai fratelli in Nigeria di studiare (la scuola in Nigeria non è un servizio pubblico, ma a pagamento); le vittime non immaginano la schiavitù e lo sfruttamento a cui saranno sottoposte; il viaggio, non più in aereo, è via mare.

Ed è proprio in questi anni che si accendono i riflettori sulla questione nigeriana, però con scarso successo. Esce infatti un rapporto dell’ONU che denuncia l’uccisione di 116 donne nigeriane tra il 1994 e il 1998 e nel 2003 la Nigeria approva la prima legge contro il traffico di esseri umani. Legge che non verrà mai applicata. Perché? Ormai è troppo tardi. Tutte le famiglie dello Stato dell’Edo sono coinvolte.

Tutti sono complici. A causa di credenze popolari che sono forme di controllo spaventose!

In Nigeria la maggior parte della popolazione, oltre a essere cristiana, crede a particolari leggende e tradizioni tribali legate alla religione Ju Ju; per sancire il patto tra la famiglia e i trafficanti si compie un rito che ha valore di affiliazione. La ragazza viene portata in un tempio, spogliata, le vengono tagliati capelli, unghie, pelo pubico unito a indumenti intimi sporchi di sangue mestruale, tagliuzzata in alcune parti del corpo per permettere agli spiriti di entrare e costretta a fare un giuramento: pagare il debito ai trafficanti. Solo a debito sanato, sarà libera; sino ad allora qualsiasi tentativo di allontanarsi o ribellarsi agli uomini della rete sarà letto come una ritorsione degli spiriti che si accaniscono su di loro con eventi nefasti.

Di questo rito le ragazze hanno una paura incontrollata, che diventa una violenza psicologica più pericolosa di quella fisica.

Un potente strumento di controllo.

A oggi il rito voodoo è uno dei maggiori ostacoli alla lotta contro la tratta di esseri umani. Tanto che, una volta in Italia, anche quando le forze dell’ordine riescano a toglierle dal giro, rifiutano di farsi aiutare. Soffrono di attacchi di panico, insonnia, allucinazioni, attacchi psicotici che leggono come una maledizione degli spiriti per aver tradito il giuramento. Negli ospedali italiani si è registrato un aumento di sintomi post traumatici legati a episodi di violenza. Numerosi centri italiani stanno sperimentando protocolli di cura di disturbi mentali di cittadini stranieri che si rifanno agli studi di etnopsichiatria. Tra questi il più importante è il centro Frantz Fanon di Torino, attivo dal 1997.

Manca però un tassello per completare questo dipinto dalle tinte oscure.

Il viaggio. Tre tappe. L’inizio dell’inferno.

Prima tappa: Agadez. 1500 km separano Benin city da questa città del Niger. Niger, paese appartenente alla Comunità Economica degli Stati africani, dove non serve il visto per circolare. Qui i trafficanti possono circolare liberamente. Niger, il primo produttore africano di petrolio e 12° al mondo. Paese anche questo ricco. Da qui passa ogni genere di contrabbando: merci contraffatte, hashish, cocaina, eroina, petrolio venduto ai margini delle strade in bottiglie di liquore rubato. Il valore di tale commercio illegale è però ormai di gran lunga superato da quello degli esseri umani. Esseri umani sbattuti per un periodo indefinito (da qualche mese fino a due anni, anche se ultimamente i tempi si sono abbreviati) nella famose case di collocamento. Ad Agadez ce ne sono almeno 70. Luogo che di casa ha solo il nome. Veri ghetti soffocanti e sovraffollati, protetti da poliziotti corrotti e controllati da uomini armati di spade e pugnali. Vitto e alloggio, per chi arriva in modo spontaneo a autonomo, si pagano con il proprio corpo. A meno di tre dollari a cliente. E parte di questa miseria va alla madame locale.

Seconda tappa: attraversare il deserto per raggiungere la costa libica. Attraversare le stesse vie del commercio che hanno percorso gli schiavi 800 anni prima. Con una sola differenza. Le stesse vie oggi sono ingovernabili e inondate di armi! I migranti sono caricati 30 alla volta su dei pick up come bestiame, i trafficanti conoscono i posti di controllo sicuri, i soldati corrotti accettano le tangenti per pagarsi cibo, benzina e pezzi di ricambio perché i fondi destinati all’esercito sono rubati a Niamey, poco più a ovest. E la storia si ripete: nel 2015 il Niger approva la prima legge contro il traffico di esseri umani. Ma ancora una volta questa legge non viene rispettata. Troppe le persone coinvolte. Ogni trafficante dà lavoro a cento famiglie. Significa che, se non ci fossero tali traffici, queste famiglie non saprebbero di che mangiare e i giovani rischierebbero di finire sotto il reclutamento dei gruppi Jihadisti. Una guerra tra poveri. Ma da quando i controlli sono aumentati, paradossalmente sono aumentate le morti di migranti. Per evitare i controlli si percorrono strade meno battute, ma più pericolose e in presenza di convogli militari i trafficanti non esitano ad abbandonarli lungo la via. In mezzo al deserto. Senza acqua col sole a picco per giorni. In queste condizioni è impossibile sopravvivere. Si è costretti a bere la propria urina per non morire. A centinaia le pietre disposte in forma circolare trovate lungo la traversata a testimoniare la presenza di cadaveri. Morti ignoti. Di cui nessuno sa nulla.

Terza tappa: se l’inferno ha un nome è Sebha. Siamo in Libia. Le torture a cui sono sottoposti nelle case di collocamento libiche sono note a tutti. Ce lo racconta il giornalista Ben Taub del New Yorker in un’inchiesta pubblicata su Internazionale. Qualsiasi persona passata dalla Libia ha subito violenza. Violenze inenarrabili. Atrocità illeggibili. Non sembra siano passati 73 anni dai lager nazisti! Qui vengono violentate anche le bambine. Chi si ribella viene ucciso. Uomini torturati con la corrente elettrica. Malati sepolti vivi. Ogni venerdì ne vengono uccisi cinque a scopo dimostrativo. Proprio Piers Sanderson racconta che la storia che lo ha toccato di più viene da questo posto. Una ragazza ricorda l’amica mortale tra le braccia dopo un’iniezione letale perché era affetta da malaria. Con un ultimo desiderio. Chiedere di raccontare al figlio in Nigeria che il suo corpo si trovava lì, in Libia. E l’unica certezza, che si trasforma in un senso di colpa logorante: di non poterlo fare.

Infine un viaggio senza fine: il mare. Naufragare o sopravvivere e rimanere deturpati. A vita. Perché i migranti oggi non sono più accompagnati dagli scafisti su imbarcazioni sicure. Dopo la tragedia di Lampedusa nel 2013, si sono intensificate le politiche di contenimento degli sbarchi da parte dell’Unione Europea. Con un unico risultato. L’incremento di decessi. I trafficanti temono, non rischiano. Prendono dai cinesi gommoni a 20 € e li caricano con un cellulare satellitare in mano. Nient’altro. Al centro, dove si fanno sedere donne e bambini, le esalazioni di benzina sono più forti e se vengono a contatto con l’acqua del mare scatenano una miscela esplosiva che causa problemi respiratori ai polmoni e corrode la pelle. La brucia. Rimani segnato, in modo indelebile.

Una volta approdate in Italia, le ragazze hanno l’ordine di dire che sono maggiorenni, perché nei centri di accoglienza per adulti i controlli sono minori. Chiamano la madame che attiva la rete dei trafficanti, i quali sanno bene come accelerare le vie burocratiche per farle uscire inosservate dai centri. Spariscono. E, come già detto, ricompaiono misteriosamente sui cigli delle strade delle nostre città. Sotto l’indifferenza di tutti. Costrette a una vita che non hanno scelto. Naufragano in un mare di silenzio.

“Che fare, dunque?” Per tornare alla provocazione iniziale, verrebbe da dire AGIRE. Ma come? Il “non guarda e passa” sembra una possibilità difficilmente attuabile poiché le strade frequentate dalle ragazze sono strade controllate, sempre, a vista e a distanza. Gente pericolosa. Lo stesso Piers ha impiegato mesi prima di potersi avvicinare, fingendo di essere un volontario di On the road. Inizialmente senza telecamera. C’è voluto tempo. Per guadagnare fiducia, per trasmettere umanità, per far sentire che nessuno avrebbe fatto loro del male, nessuno voleva usarle. Convincerle a parlare non è stato semplice. Nessuno le ha pagate per farsi intervistare. Ma se le loro storie fossero state diffuse, forse, altre ragazze non avrebbero dovuto subire tutto ciò dopo di loro. Questo è stato detto. Un racconto in cambio di salvezza. Non per loro. Per chi verrà dopo. Un forte messaggio di speranza. Speranza di cui oggi tutti abbiamo un grande bisogno. E di una nuova etica. Non si chiede a nessuno di essere dei supereroi. Ma qualcosa si può fare. Cosa?

Informarsi, studiare i fenomeni con dati certi prima di farsi la bocca bella con pregiudizi fasulli e che non fanno un bel regalo alla nostra intelligenza.

Sostenere, anche economicamente, associazioni come On the road, unica voce che lotta quotidianamente contro un muro di omertà (per esempio donando il 5 per mille).

Capire che ormai stiamo attraversando una svolta epocale e ogni evento ha ricadute globali: siamo interconnessi, interdipendenti, non possiamo più dire “non posso farci niente” e i fatti di Macerata ce lo dimostrano. Ogni persona è chiamata alle sue responsabilità.

Chiedersi ‘chi siamo? Dove vogliamo andare? A quale comunità vogliamo appartenere? quella dello scarto o dell’integrazione?’ Perché una volta capito, bisogna mettersi in cammino per costruire la comunità che abbiamo scelto. Nessun dice che sia semplice. L’integrazione con il diverso costa fatica. Un’enorme fatica. L’integrazione non ha colore. Ma ti fa sentire umano. Ciò a cui siamo chiamati.

Se è vero che il mondo è di chi cammina, mettiamoci in moto…

Per chi deve ancora venire.

Trova una versione ridotta di questo articolo sul numero di marzo 2018 di Malamente