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Social net-work

Un punto che solitamente non viene toccato nell’analisi dei fatti relativi a Cambridge Analyitca e che forse merita di essere considerato riguarda i problemi che si aprono nel ciclo produzione/consumo: i social si configurano come avanguardia della società post-lavorista, nel senso che essi guadagnano proprio dal mettere a valore i dati che tu gli fornisci per poter usare la piattaforma, ricevendoli gratis e vendendoli alle varie agenzie di marketing, saltando quindi figure lavorative (e relativi salari) atte a fare indagini di mercato, e creando un’ inversione tra la fase del consumo (gratuito in questo caso, quando solitamente il consumo si paga) e quella della produzione (in questo caso) di dati, in cui di fatto chi consuma gratuitamente sta gratuitamente fornendo ‘lavoro’ (nel senso di profitto per la ditta) senza essere in alcun modo un lavoratore della stessa.

Un’inversione e un cortocircuito su cui, dal punto di vista della produzione di valore, bisogna riflettere, perchè se da una parte è vero che sostanzialmente i dati che gli fornisci sono il ‘pedaggio’ per usare gratis il social, dall’altra parte è pur vero che così facendo si eliminano posti di lavoro -peraltro, e forse qui è la nuova frontiera, parliamo di figure lavorative del terziario qualificato e non dell’operaio massa rispetto alle macchine che è l’ altro problema a questo connesso ma che esiste già da tempo- e questo ‘pedaggio’, attraverso il ciclo di vendita, si valorizza ad un livello tale da diventare, più che un ‘pedaggio’, un lavoro, giacché, per quanto in forme anomale e indirette, vi è tramite il ciclo di mercato un’estrazione totale di plusvalore della mole di dati fornita (in quanto fornita gratis), cosa che il ‘pedaggio’ non prevede in quanto pagamento puro e semplice di un servizio, attraverso cui poi ricava il salario il lavoratore preposto al servizio.

Qua, come per il gatto di Schroedinger, le due figure necessariamente separate di consumatore e produttore coincidono.

E non è un caso che il tramonto delle forme della democrazia sia connesso al tramonto delle forme del lavoro come lo conosciamo, visto che la democrazia novecentesca è la mediazione continua di un soggetto terzo (lo Stato) fra Capitale e Lavoro (ovviamente per quanto possibile in un sistema economico come il capitalismo strutturalmente sbilanciato in favore del Capitale): quando sfumano non solo i concetti di tutela del lavoro, ma addirittura la scissione tra questo ed il consumo, è ovvio che anche le forme di mediazione politica che conoscevamo saltino o si ridefiniscano a ulteriore vantaggio del Capitale che è quello che da questa operazione acquista valore economico e forza politica.

E forse su questo ganglio della post modernità tutte le forze che ancora si richiamano all’anticapitalismo e all’opposizione sociale dovrebbero sviluppare una riflessione estesa e serrata, perchè è forse la maggiore novità della struttura capitalista dei giorni presenti e lo sarà sempre più, in forme diverse a seconda delle forme della produzione, di quelli futuri.

Ci rendiamo conto che questa riflessione può apparentemente prestare il fianco ad una duplice obiezione, che per comodità riportiamo in corsivo.

  1. In realtà,  affinché un social esista e funzioni, c’è bisogno di lavoro: dai programmatori degli algoritmi, ai tecnici, agli impiegati, andando ancora più a ritroso, per la costruzione dei computer e degli altri dispositivi su cui gira il social ci vogliono maestranze che costruiscono il computer e ingegneri che lo progettano. E, come in ogni processo di valorizzazione del Capitale, è dal salario dei lavoratori che i padroni dei social guadagnano attraverso l’estrazione di plusvalore
  2. La cessione dei dati personali è del tutto equivalente ad un pagamento in denaro. Così come il denaro, una volta in possesso del padrone, può essere valorizzato attraverso la finanza e la speculazione, così la mole di dati può essere valorizzata attraverso la loro vendita.

Di fatto, dunque, siamo nei meccanismi classici del capitalismo, per quanto in forme diverse.
A nostro avviso questa obiezione non è calzante, in quanto incompleta nel primo punto ed impropria nel secondo

  1.  E’ vero che i social funzionano anche essi attraverso il lavoro e la legge del salario. Ciò non toglie tuttavia che, almeno in linea concettuale, accanto a questa vi siano altre  forme di estrazione di plusvalore possibili in uno stesso processo. Bisogna ora vedere se ciò si dà anche a livello materiale oltre che come possibilità teorica.
  2.  C’è una differenza di fondo tra il denaro e i dati personali. Il denaro è un mezzo di scambio (e nulla altro) che io possiedo per aver venduto la mia forza lavoro o, se sono un padrone, per aver guadagnato nella mia attività. La naturale funzione di un mezzo di scambio è quello di essere, appunto, scambiato con merci, per cui io con quel denaro acquisto una merce, e quel denaro con cui ho comprato la merce entrerà a sua volta nel ciclo di valorizzazione nelle sue varie forme, compresa quella della finanza. Tuttavia, e senza per forza dover entrare nella riflessione bio capitalista, i dati personali (in cui entrano tutte le preferenze, gli usi e i target di acquisti che l’algoritmo deduce io possa fare tramite le informazioni che ho fornito) non sono in nessun modo in se stessi un mezzo di scambio, nè io li ho in base a una mia attività, ma sic et simpliciter definiscono la mia identità sociale. Proprio per il fatto che dietro di essi non c’è alcun ciclo economico non possiamo fare un paragone col denaro dell’economia classica, ma piuttosto con una forma ibrida e spuria di lavoro -cioè di trasformazione della realtà eseguendo un progetto, al di là del fatto che l’esecutore sia consapevole o meno di tutto il progetto per via del processo di alienazione intesa nell’accezione di mancanza di controllo sul lavoro complessivo che si esegue- in cui sostanzialmente io fornisco alla piattaforma, per il fatto stesso che ci scrivo, l’equivalente di un semilavorato su cui la piattaforma eseguirà deduzioni, operazioni, commerci trasformando quindi ulteriormente questi dati (appunto equivalenti a un semilavorato) attraverso la catalogazione e l’interpretazione e poi vendendoli. In questo senso ci pare molto più logico paragonare, come funzione nel ciclo capitalista, la fornitura di dati ad una prestazione impropria di lavoro che ad un semplice pagamento.

Per cui, seppure i meccanismi dell’economia classica ci sono tutti anche nel mondo digitale, la fornitura di dati segna una differenza che a nostro avviso non è riconducibile in alcun modo ad una semplice forma di pagamento, quanto piuttosto alla partecipazione impropria (in quanto viene operata a fine di consumo e senza che chi la opera sia in alcun modo un dipendente della ditta) al lavoro di trasformazione di dati e alla loro valorizzazione.