Movimento donne contro i fascismi: ci sentiamo tutte maltrattate.

A breve distanza dall’otto marzo come Movimento donne contro i fascismi ci sentiamo di continuare il cammino iniziato insieme all’insegna della lotta all’indifferenza. Proprio per questo ci colpisce la notizia dell’aggressione di una donna, residente nel senigalliese, da parte del marito.
A una settimana dalla nostra passeggiata notturna non vogliamo discostarci dall’importante impegno preso verso un cambiamento in cui crediamo davvero. L’urgenza quindi muove la nostra voglia di esprimere solidarietà e vicinanza alla vittima di violenza, vittima di un sistema che speriamo abbia i minuti contanti.

Non sempre l’opinione pubblica è pronta a riconoscere la gravità di certi fatti e spesso crea un forte ostacolo alla costruzione di giudizi paritari tra generi. Molte volte abbiamo assistito alla condanna delle vittime piuttosto che dei carnefici, un meccanismo subdolo che disincentiva la denuncia e la richiesta di aiuto.

Ecco perché la lotta al sessismo ci impone di vegliare con maggior attenzione, attorno a noi, al nostro quotidiano, alle parole che spesso facciamo finta di non sentire. Un obiettivo che ci chiama ogni volta a fermarci un secondo e esprimere collettivamente la denuncia verso una dominazione che non possiamo più accettare come società civile, come comunità che ha deciso di porre avanti la cura e il rispetto per chi la compone.
Non facciamo nostri i metodi aggressivi di chi ha la mente schiava delle mani e della forza ma ci armiamo di un pensiero di uguaglianza che sia per tutti e per tutte noi ago di bilancia e metro di valutazione nella lettura dei fatti che ci circondano e nella formulazione di richieste e rivendicazioni.

Oggi tutte noi donne ci sentiamo maltrattate leggendo questa notizia ma vorremmo intanto non sentirci sole. Vorremmo che tutta la città di Senigallia fosse attraversata da una rete di indignazione, di presa di coscienza.
La città che scambia l’amore con l’odio e la sopraffazione non è la nostra città, non è la città sicura che vogliamo attraversare, non è il futuro per i nostri figli, non è la città aperta che accoglie l’idea di una convivenza sana tra le differenze.

Quello che immaginiamo di vivere è un laboratorio di inclusione in cui ognuno possa avere gli strumenti e i mezzi per costruire le proprie identità in relazione al bene della comunità stessa. Una rieducazione che passa attraverso il confronto tra le differenti necessità in grado di conoscersi e contaminarsi, dove il femminile e il maschile siano patrimonio di ognuno e non scatole chiuse una dentro l’altra.

Vogliamo in questo abbraccio ribadire che la nostra lotta non si ferma l’otto marzo ma continua contro tutti i fascismi e contro un sistema che toglie valore alla pluralità.

di: Movimento donne contro i fascismi