Non abbiamo bisogno di essere protette dai fascisti

E c’è un’altra vergogna più vasta, la vergogna del mondo. E’ stato detto memorabilmente da John Donne, e citato innumerevoli volte, a proposito e non, che “nessun uomo è un’isola”, e che ogni campana di morte suona per ognuno. Eppure c’è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsi toccato: così hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani, nell’illusione che il non vedere fosse un non sapere, e che il non sapere li alleviasse dalla loro quota di complicità o connivenza. Ma a noi lo schermo dell’ignoranza voluta, il “partial shelter” di T.S.Elliot, è stato negato: non abbiamo potuto non vedere. Il mare di dolore, passato e presente, ci circondava, ed il suo livello è salito di anno in anno fino quasi a sommergerci. Era inutile chiudere gli occhi o volgergli le spalle, perché era tutto intorno, in ogni direzione fino all’orizzonte. Non ci era possibile, e non abbiamo voluto essere isole; i giusti fra noi, non più né meno numerosi che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che questo era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.”  

Di questa vergogna del mondo raccontata da Primo Levi ne “I sommersi e i salvati”, noi donne abbiamo più timore di qualsiasi altra minaccia. Un timore sano se non lo si consegna all’indifferenza e alla paura. Un timore che è potenzialmente altro se solo si ha il coraggio di gridarlo, se non lo si snatura come il femminile che diventa maschile per sopravvivere in questa giungla di uomini forti e potenti. Lo si vede da sempre in quel senso di sorellanza, ormai nemica bastarda dell’oggi, quando le donne si raccontano, si confrontano e cadono le differenze e le ideologie. Perché ogni donna sa di avere qualcosa da difendere, altrimenti è solo vergogna e niente altro.

Da questa vergogna forse non saremo mai salve finché i colpevoli, coloro che volgono le spalle di fronte ad ogni atto razzista, xenofobo e fascista, non decideranno di aprire gli occhi di fronte al “mare di dolore”. Finché preferiranno che siano i giusti a pagare per le loro colpe. Finché ci saranno i Luca Traini che oggi rispolverano lo schermo dell’ignoranza per farsi crociati di un mondo inconsistente, privo di qualsiasi orizzonte; in cui ogni uomo è un’isola, il mondo del non vedere, non ascoltare, non fare, che altro non è che il frutto marcio di questa irresponsabilità perpetuata con il solo risultato di portare a casa odio, potere e disuguaglianze.

Forse più degli uomini, noi donne, sentiamo il peso degli errori compiuti da tutti e manteniamo la memoria indelebile, ormai assimilata e compagna, del “sopravvissuto”. E proprio per questo oggi desideriamo spogliarci dell’ipocrisia.

Dopo i fatti di Macerata abbiamo il bisogno di non partecipare a questo accrescimento di colpa, abbiamo bisogno di porre un argine di fronte al dilagare dell’assenza di un giudizio morale. Noi donne siamo quei sei immigrati feriti, siamo da sempre la diversità sopportata al limite, l’interlocutore scomodo per questo capitalismo predatorio che non ha nemmeno più il tempo di fermarsi e riflettere sulle ferite altrui. È questione privata, è questione di insanità mentale, è questione di isteria.

Non speculate sulla nostra fragilità, perché la fragilità che vedete non ci appartiene: è vostra, ce l’avete appioppata in anni di sfruttamento, discriminazione e violenza.

Sentire dai fascisti “del nuovo millennio” slogan come “proteggiamo le nostre donne” o “l’ho fatto per vendicare Pamela” significa tonare indietro nel tempo: un amarcord nauseante, ma riscaldato e servito alla mensa dell’odierno patriarcato.

Ma del resto, se si allontana anche solo per un momento la lente di ingrandimento, in molte assemblee di donne si parla ancora di lotte per l’attuazione della legge 194 e di politiche del lavoro discriminatorie, con le statistiche a consegnarci ancora una volta il dato di una disoccupazione femminile molto più alta e preoccupante di quella maschile. La maternità è ancora un lusso e dei femminicidi si hanno quotidiane notizie.
Quel poco che finora ci è stato concesso, in campo di tutele e diritti a cui ognuna di noi aspira, non è altro che il minimo sindacale.

Da questo soltanto dobbiamo proteggerci, dalla vergogna che proveremmo ancora e più forte se non partecipassimo al cambiamento, se decidessimo di non manifestare contro l’orrore che l’uomo riesce a perpetuare senza fatica.
Il problema non è la sicurezza, ma l’insicurezza, quella che nasce dal silenzio che per anni ha bloccato le lingue e le menti di molti, respingendo di fatto la “difesa immunitaria” della vergogna. Il problema è strappare all’uomo dominatore, sfruttatore, capitalista, competitore e fascista l’egemonia che la storia del silenzio e dell’allontanamento della vergogna gli ha consegnato ricostruendo parole nuove capaci di includere, legare e ricomporre solidarietà.

La stessa solidarietà negata e raccontata ancora da Levi dentro i campi di concentramento. “E’ solo una supposizione, anzi, l’ombra di un sospetto: che ognuno sia il Caino di suo fratello, che ognuno di noi (ma questa volta dico “noi” in un senso molto ampio, anzi universale) abbia soppiantato il suo prossimo, e viva in vece sua. E’ una supposizione, ma rode; si è annidata profonda, come un tarlo; non si vede dal di fuori, ma rode e stride.

Ecco, rode e stride il tempo che ci separa dall’agire, dall’obiettivo di restituire diritti ai diversi, ai meno forti, agli sfruttati, agli emarginati e all’ambiente stesso che ci ospita. Rode e stride questo individualismo che scova falsi colpevoli e imputa come obsolete le nostre libertà. Rode e stride la società che non sa prendersi cura di chi si trova ai margini, delle ragazze come Pamela Mastropietro e di tutti coloro che non hanno il i requisiti di dignità giusti per compartecipare all’idea di comunità e goderne a pieno titolo.

Rode e stride il dietro front preso da molti di fronte alla manifestazione di sabato 10 febbraio a Macerata, perché ci ricorda che la “liberazione” non è un momento fisso nel tempo e nella storia, ma un’instancabile processo di attenzione e memoria, una costante presa di coscienza dell’uomo sull’uomo.
Noi donne non abbiamo di certo bisogno di essere protette dai fascisti che ci hanno lasciato in eredità una società patriarcale e sessista. Abbiamo bisogno di onestà intellettuale e rispetto. Abbiamo bisogno di amore.

di: Le donne dello Spazio Autogestito Arvùltura