Macerata, la questione razziale e le due misure del populismo istituzionale

Alla fine, dopo aver tergiversato per giorni, attraverso il Governo e il Ministro dell’Interno Minniti il PD ha raggiunto il suo obiettivo: vietare la grande manifestazione di massa, popolare e pacifica indetta per questo sabato dai movimenti antifascisti e antirazzisti a seguito dei drammatici eventi accaduti il 3 febbraio scorso a Macerata.
Minniti non è uno che le manda a dire: “Viminale impedirà la manifestazione…Spero che tutti accolgano…Se risponderanno positivamente sarà dimostrazione di responsabilità…se così non fosse ci penserà il ministero dell’Interno a impedire che si faccia la manifestazione”.

In tempi di campagna elettorale Macerata è una patata bollente, e Renzi fa ben capire di non volerne sapere mezza di ritrovarsi da sabato sera in poi con il cerino in mano, preso tra i due fuochi della piazza, da un lato, e della peggiore destra istituzionale e post-fascista che questo paese ricordi, dall’altro.

D’altronde, è ormai chiaro chi è che detta la linea. Salvini, a differenza di altri, non deve preoccuparsi di alcuna verginità morale: “Vado nelle Marche dai terremotati dimenticati: se fossero arrivati coi barconi sarebbero sui giornali e poi in albergo“. Un concentrato straordinario di ipocrisia, tatticismo da quattro soldi e mistificazione che però fotografa alla perfezione la linea che dal Nazareno si apprestano a rincorrere a ruota libera per non perdere gli ultimi voti a disposizione ad un mese dalla tornata elettorale.

Ed ecco che ad aiutare arriva puntuale l’appello del sindaco Dem di Macerata, Romano Carancini: “Chiedo a tutti di farsi carico del dolore, delle ferite e dello smarrimento della mia città. Si fermino tutte le manifestazioni, si azzeri il rischio di ritrovarsi dentro divisioni o possibili violenze, che non vogliamo“.

Cgil, Anpi e Arci raccolgono subito la richiesta, tra l’altro dichiarando contestualmente sospesa una manifestazione da loro non indetta. Si accoda Libera.

Il risultato di questo valzer pietoso è paradossale: a cinque giorni da uno dei più violenti attentati fascisti verificatisi nel nostro paese da decenni a questa parte, ad essere vietata è la sola manifestazione antirazzista prevista per sabato, mentre ieri Casa Pound Italia (i cui aderenti da giorni inneggiano all’attentatore Traini) ha potuto indisturbatamente svolgere il proprio sit-in a Macerata alla presenza del segretario nazionale Di Stefano.

Viene da pensare che cosa sarebbe successo se quarant’anni fa, dopo le stragi di piazza Fontana oppure Brescia e Bologna, di fronte allo stragismo nero le istituzione, i partiti e i sindacati avessero reagito vietando manu militari le dimostrazioni dei lavoratori e degli studenti indette contro il rischio della deriva autoritaria.

Ma soprattutto viene da pensare che cosa sarebbe successo se sabato, al posto di un italiano, a sparare a caso da una macchina, e non verso dei neri ma degli occidentali, fosse stato un Mohamed, un Mostafa o un Oba, militante dello Stato Islamico.

Ovviamente avremmo avuto un invito istituzionale diametralmente opposto. Gli speakers di turno ci avrebbero spronato a resistere alla violenza, a non farci intimorire, a scendere in strada per non piegarci di fronte alla paura. Magari con il Governo in prima fila in piazza come avvenuto a Parigi alla commemorazione delle vittime dell’attentato a Charlie Hebdo del 2015.

E’ in questa doppia chiave di lettura di fronte a fatti tra loro sovrapponibili quanto alla natura profondamente eversiva del gesto (indipendentemente dalla scia di sangue lasciata) che coagulano le contraddizioni alla base della parabola maceratese, sintesi perfetta del collasso politico e culturale del paese.

Perché il retro-pensiero che anima gran parte del senso comune e che finisce a sorpresa per cristallizzarsi indirettamente nella logica del discorso del sindaco di Macerata, è che quando l’Isis colpisce, colpisce i “nostri” o comunque attenta al nostro sistema di valori, mentre Traini ha colpito gli “altri”, coloro che si trovano al di là dello steccato culturale e sociale che definisce l’identità nazionale (oppure europea, occidentale etc.) .

Quando l’inadeguato Carancini, consapevolmente o meno, per invitare a disertare la piazza dice che “È il tempo della comunità, della nostra comunità” e poi aggiunge “oggi io ho a cuore la mia città, la forte volontà di proteggerla verso la nostra normalità, il nostro quotidiano incedere tra bellezze e problemi”, nel non dire nulla, finisce goffamente per dire tutto: la “normalità” che si vuole tutelare, il “quotidiano incedere tra bellezze e problemi” è, appunto, “la nostra” normalità, “il nostro” incedere: dei bianchi.

Diversamente dalla furia integralista religiosa, l’attentato di Traini non destabilizza il nostro sistema di valori nella misura in cui lo sfondamento culturale realizzato negli anni dalla narrazione xenofoba ne legittima ormai la sua accettazione giustificazionista nel quadro dialettico e del confronto possibile delle idee.

Dietro il paternalismo alla base delle dichiarazioni sulla “normalità” di Carancini, vi è in realtà una costruzione antropologica dell’organizzazione sociale irricevibile: la comunità è doppia, c’è quella degli italiani, scossa e potenzialmente divisa (tra fascisti e antifascisti), e quella degli “altri”, degli “sparati”, che stanno sullo sfondo. Uomini e donne di “serie b”, che in deroga ad ogni protocollo istituzionale non meritano neanche che i rappresentanti delle istituzioni facciano loro visita in ospedale dopo essere state vittime di un attentato terroristico. Uomini e donne che destano imbarazzo; persone scomode. Loro, ovviamente, mica i Di Dtefano, i Salvini, le Meloni etc.

I fatti di Macerata segnano l’introiezione della “questione razziale” ad un livello del discorso politico e della macchina amministrativa dello Stato senza precedenti, e che consegna l’Italia, per ora limitatamente sul piano – seppur inquietante – dell’ immaginario, a distopici parallelismi storici. Chi ha un po’ di dimestichezza con la storia americana, d’altronde, può leggere facilmente, e al netto di più di un secolo di “sviluppo” della società umana, le similitudini tra l’odierno dibattito italiano e quello dell’era segregazionista. La cultura del linciaggio e i suoi miti, le logiche argomentative, i significanti e le terminologie utilizzate per covare e riprodurre una visione fisiologicamente separata e gerarchizzata dei gruppi componenti la società tendono infatti sempre più a coincidere.

La gravità delle parole del sindaco di Macerata e del diktat ministeriale di Minniti sta quindi nella finale accettazione, a livello istituzionale, della cultura razzista e xenofoba che ha impregnato e insozzato ogni aspetto della vita associata nel nostro paese. Se non vi è rappresentanza lecita possibile, se non vi è possibilità di manifestarsi per chi sta “fuori”, allora, e ben oltre il tema dei confini nazionali, siamo tornati ai muri interni.

In nome di una manciata di voti il Pd ha così immolato sull’altare della contesa elettorale i principi fondamentali della convivenza civile sanciti dalla nostra Costituzione e, fino a poco tempo fa, socialmente riconosciuti come indiscutibili.

Chi ha aderito e sta aderendo in queste ore all’appello di Carancini a non scendere in piazza affinché “si azzeri il rischio di ritrovarsi dentro divisioni o possibili violenze, che non vogliamo”, chi tentenna, chi si barcamena, dovrebbe prima di tutto risolvere al suo interno il cortocircuito umano e politico generato dalle dichiarazioni del sindaco di Macerata, da un lato, e dallo squallido tatticismo elettorale con tanto di chiusura poliziesca alimentato dal Pd, dall’altro.

Azzerare il rischio di ritrovarsi dentro divisioni, e quindi non scendere in strada a manifestare come vorrebbero Carancini e il PD, significa in ultima istanza accettare, arrendendosi, che queste divisioni esistono. Il passaggio è così compiuto definitivamente: è possibile equiparare le posizioni fasciste e quelle antifasciste. Accostare senza imbarazzo chi da giorni inneggia ai neo-nazisti che sparano sulla “razza” o il “genere” a chi ancora ha il coraggio, individuale e collettivo, di ribellarsi all’abbandono e al decadimento sociale così come al fascismo politico e culturale che permea lo Stato.

Il momento della riflessione, del silenzio, è quello che segue la frattura dettata dal fatto di cronaca. Ora si tratta di prendere una posizione e ricacciare indietro l’onda dell’indifferenza che si è consentito covasse per anni e che alla fine è esplosa.

Diversamente da quanto sostenuto dagli equilibristi improbabili del “equidistantismo”, è nello stare a casa, nel qualunquismo complice oppure ignorante che alimenta il seme della distruzione dei legami sociali che vincolano e cementano qualsiasi realtà umana, che si affossa una comunità.
Deve essere chiaro che la decisione di vietare il corteo di sabato a Macerata è il più grande quanto inimmaginato regalo possibile alle destre di questo paese. Salvini & co. ringraziano.

Per fortuna lo sdegno per l’atto di forza prodotto dal PD in queste ore sta determinando un’insurrezione della base. Intere federazioni della Cgil, come la Fiom, sezioni dell’Anpi e circoli Arci stanno dichiarando la loro partecipazione alla manifestazione. Ma è chiaro che chi sabato si troverà sulla linea di pensiero del Viminale avrà le sue enormi responsabilità da gestire.

L’Italia è definitivamente nuda di fronte alla profondissima crisi democratica nella quale è stata trascinata dalla “questione razziale”, culturalmente assuefatta alla violenza quotidiana della narrazione avvelenata dei populismi identitari e, ancor più dopo Macerata, istituzionali.

Sabato, in corteo, le donne e gli uomini degni di questo paese daranno una prima risposta, respirando a pieni polmoni un po’ d’aria pulita sotto questo cielo tossico.

di: Pesce