La cultura del linciaggio

Macerata: forse un nigeriano massacra e sevizia in modo orribile una povera ragazza.

Macerata: un fascista italiano, ex candidato nella Lega, per ritorsione va in giro sparando sugli africani che vede e ne ferisce sei. Forza Nuova lo difende. Anche tra le persone comuni c’è chi lo difende perché la ragazza è stata massacrata da un nigeriano e perché sono stanchi degli immigrati.

Italia: stiamo assimilando la “cultura del linciaggio” degli WASP (ovvero, bianchi, anglosassoni, protestanti) dei vecchi States, anche se quella volta, dopo i neri, la maggioranza dei linciati furono gli italiani e gli ispanici, considerati tutti delinquenti e stupratori a partire da casi individuali di cronaca nera…ma si sa, di questi dettagli ci scordiamo facilmente.

Manca solo l’ultimo passo: che la pletora di persone che oggi giustifica, al prossimo caso di cronaca si organizzi nella ‘caccia al negro’, perché chi giustifica sotto sotto ha voglia di farlo.

Ma che cosa caratterizza la “cultura del linciaggio”? Quali sono i suoi tratti distintivi?

Punto di partenza è il concetto dell’esistenza di un’etnia e di una cultura percepitasi come autoctona (anche se meno autoctoni degli WASP non c’è nessuno…) e superiore, costantemente minacciata da etnie e culture inferiori e immigrate – in verità deportate nel caso degli afroamericani – che, attraverso violenze e stupri, ne imbarbarirebbero gli usi.

La cultura del linciaggio, si focalizza fondamentalmente sul problema giuridico: se la legge non è sufficiente o se spesso è addirittura ostile (anche se, al contrario, nella realtà dei fatti in USA i linciaggi furono sempre perseguiti con pochissima severità e proporzionalità), spetta al ‘popolo’, inteso come unità interclassista dell’etnia superiore, imporre la ‘giustizia’.

Questa ‘giustizia’ non è solo vendetta, bensì un più generale spostamento del concetto della responsabilità giuridica dal piano personale a quello ‘collettivo’, ovvero nella direzione del capro espiatorio inteso come totalità etnica e culturale nemica, per cui, partendo da un fatto di cronaca nera, si agisce attraverso la rappresaglia, dove non importa chi viene colpito, basta che sia della stessa etnia e cultura che si presume minare la civiltà bianca.

Vi è, dunque, seppur mascherato dall’apparente mancanza di una teoria politica alternativa, un portato distruttivo intrinseco, perché, inserendo questo peculiare concetto di ‘giustizia’, si entra immediatamente in una dimensione eversiva in cui il razzismo diviene il principio regolatore del diritto e della pena.

Non a caso, negli USA questa strategia si mantenne con le discriminatorie Leggi Jim Crow del tardo Ottocento, e poi con la segregazione razziale di inizio Novecento del presidente Wilson, che fu la vittoria politica del razzismo americano.

La Lega così come le formazioni apertamente fasciste quali Casa Pound e Forza Nuova stanno oggi facendo esattamente questo gioco: a seconda dei casi, l’elemento distruttivo viene identificato con la popolazione musulmana, considerata con grande ma efficace semplicismo narrativo come un unicum, oppure con il riferimento, quale espressione di una generalizzazione categoriale, all’immigrato in quanto tale.

Guardando alle pulsioni razziste degli USA, riemerse fortemente a livello mainstream con la vittoria di Trump, ci si accorge della globalità del fenomeno, il cui obiettivo è evidente: creare, attraverso un fattore distrattivo di massa, un panico sociale tale da poter introdurre, da parte delle classi dirigenti, continui attacchi contro il mondo del lavoro, dei corpi intermedi e delle forme di socialità non valorizzabili dal Capitale stesso.
Perché poi, alla fine, il razzismo non è altro che l’ideologia della divisione internazionale del lavoro a livello strutturale, mentre socialmente è l’ideologia di chi ha ristrette vedute e scarica il problema sul più debole.